sabato, Novembre 29, 2025
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Tra lutto e ricostruzione, viaggio a Majdal Shams dopo il razzo di Hezbollah e la strage d…

AGI – C’è un luogo in cui il campo da calcio non è più un luogo di gioia, felicità, ritrovo e spensieratezza, ma rappresenta l’assurdo dolore, emblema di un’eterna guerra che non finisce più, anzi si ramifica e coinvolge sempre più innocenti.
Quel campetto in erba sintetica si trova a Majdal Shams, sulle Alture del Golan, e lì Il 27 luglio 2024 è stato devastato da un razzo lanciato da Hezbollah, che ha spento la vita di dodici bambini drusi mentre facevano il gioco più bello del mondo. 
La foto del cratere a centrocampo causato da un Falaq-1 di fabbricazione iraniana, ha fatto il giro del mondo, e da quel giorno, quel rettangolo verde che si trova nel cuore di quest’affascinante comunità drusa, si è trasformato in un luogo di insopportabile dolore per i genitori e le famiglie che hanno perso i loro figli. Tra quei bambini c’era Alma, undici anni, totalmente innamorata dello sport. E il destino, che a volte sa essere infame, ha voluto che fosse l’ultima cosa che facesse prima della sua morte. 

“È stato il colpo più pesante della mia vita”, racconta all’AGI la madre, Naela Eldin, a un anno esatto dal cessato il fuoco tra Israele e la milizia sciita, indicando e baciando la foto sorridente di Alma. “Mia figlia era un tornado, aveva un’energia impressionante. Non si fermava davvero mai. Era il mio amore, ora è il mio angelo”. 

Il senso di comunità a Majdal Shams, il più grande dei quattro insediamenti drusi sull’altopiano, è impressionante. Tutti conoscevano i bambini che hanno perso la vita, e alcuni abitanti raccontano che durante il funerale ogni persona consolava quella accanto, e così via. 

Parlando con la madre di Alma, ciò che colpisce davvero è la mancanza di odio nelle sue parole, nonostante quel razzo gli abbia strappato via la cosa più cara che aveva, insieme a gli altri due figli, scampati per qualche frazione di secondo alla morte.
Da quel 27 luglio, la risposta di tutta la comunità drusa, che convive con circa 50mila ebrei israeliani, è stata chiara: “Non vogliamo vendetta. Solo pace”. Il desiderio più grande di tutti è che l’intera regione trovi finalmente un equilibrio.
“Mi sono subito rimessa in piedi, rifiutando sin dall’inizio di agire come vittima, perché – spiega – quello che è successo era fuori dal mio controllo, è venuto da Dio e io lo devo accettare. Andare avanti è stata la mia scelta. Io non mollerò mai, l’ho promesso alla mia bambina”.

In una terra in cui le divisioni sono enormi, forse insuperabili, la testimonianza di Naela è uno dei pochi fari di speranza. “La solidarietà che ho ricevuto da ogni tipo di persona, mi ha fatto capire che non importa la religione, il colore della pelle, lo Stato da cui provieni. L’unica cosa che conta è la propria umanità”.

Insieme ad Alma altri undici bambini hanno perso la vita. Come Naji, uno dei suoi migliori amici, anche lui di 11 anni. Mentre lo ricorda a Nael gli occhi brillano come quando parlava della figlia. “Ogni giorno, veniva qui a giocare con i suoi amici, tra cui Alma. Amava il calcio, tifava il Real Madrid, il suo idolo era Cristian Ronaldo. Voleva diventare un calciatore”. E la piccola Venes Safari. “Di un’intelligenza sopra la media, bellissima, divertente e amava stare sempre con gli altri bambini”.

Mentre Nael racconta, al suo fianco, c’è il marito, Fakhr al-Din, chiuso ancora nel suo dolore. È lui, il giorno della tragedia, ad arrivare per primo sul luogo dell’attentato, in una zona in cui non c’era mai stata alcuna presenza militare. “Dopo l’esplosione – racconta all’AGI – ho raggiunto il campetto e ho visto i corpi di diversi bambini a terra, bruciati, irriconoscibili. Quando mi sono avvicinato a uno di loro, ho notato un braccialetto al polso di una ragazza. Era quello di Anna. La bambina di papà”. Come per la moglie e tutta la comunità drusa, la vendetta è una parola che non esiste nel suo vocabolario. “Hezbollah ha portato via la mia bambina, il mio nemico sono loro, ma nonostante il dolore e la rabbia – scandisce – non voglio più che nessun altro bambino muoia, non voglio più alcuna escalation”.

Lo scorso agosto a un anno dall’attacco, sono iniziati i lavori di ricostruzione del campetto e del parco giochi distrutti dal razzo. Quel giorno, dodici palloncini bianchi sono stati lasciati volare nel cielo, mentre ad alta voce venivano scanditi i nomi dei bambini. Oggi, in quel luogo, sono tornati a giocare i bambini, che sfrecciano con le biciclette e i monopattini e nel campo da calcio il pallone ha ricominciato a rimbalzare. 

La ferita è ancora viva e probabilmente lo sarà per sempre, ma quel rettangolo verde oggi rappresenta più che un semplice spazio per fare sport e divertirsi. “Quel campo – raccontano gli abitanti – è ormai sacro per noi. E ogni persona che lo visita, ogni bambino che ogni giorno gioca e ride lì dentro, mantiene in vita i 12 angeli del 27 luglio”.

 

 

 

 

 

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