giovedì, Settembre 10, 2026
spot_imgspot_imgspot_imgspot_img

11 settembre, il peso emotivo di quei volantini portati via dal vento

AGI – A venticinque anni dall’11 settembre, il dolore per le vittime continua a esistere, anche se nella memoria collettiva americana quella tragedia sembra ormai lontana. È questo il senso della testimonianza pubblicata dal Washington Post di una donna che, nei mesi successivi agli attentati, lavorò a Ground Zero. All’inizio, racconta Megan McArdle nel suo lungo articolo, il luogo veniva chiamato semplicemente “il mucchio”. Dopo qualche mese, però, chi lavorava nel cantiere cominciò a chiamarlo “la fossa”. La donna trascorse quasi un anno in una roulotte situata nei paraggi, occupandosi di attività amministrative per una delle imprese incaricate dello sgombero. Da lì poté osservare giorno dopo giorno la trasformazione di Ground Zero e registrare in modo personale l’orrore.

Dopo il crollo delle Torri Gemelle il sito era diventato un enorme cumulo di macerie fumanti, nel quale erano ancora riconoscibili frammenti degli edifici. Tra questi, ricorda, c’era una lastra d’acciaio contorta alta quasi quattro piani. McArdle la vide pochi giorni dopo il crollo, sotto la pioggia e contro un cielo scuro. Rimase a guardarla per quasi mezz’ora, incapace di credere a ciò che aveva davanti. Sembrava una scena di un film e continuava ad aspettarsi che qualcuno dicesse “stop”. Nei primi giorni, vigili del fuoco, poliziotti, soccorritori e operai scavavano senza sosta tra le macerie, nella speranza di trovare sopravvissuti. Ma quella speranza si spense rapidamente.

La ricerca dei corpi e i volantini scomparsi

La ricerca si concentrò allora sui corpi e sugli oggetti personali che potessero essere restituiti alle famiglie delle persone scomparse. In tutta New York comparvero volantini con i volti di uomini e donne mai più tornati a casa l’11 settembre. Con il passare dei mesi, il cumulo di macerie si ridusse progressivamente. I volantini vennero rimossi o portati via dal vento. Gli operai raggiunsero i sotterranei, recuperando alcuni degli ultimi resti umani. A poco a poco, Ground Zero cominciò ad assomigliare a un normale cantiere. Ma per chi conosceva quel luogo, quella voragine aveva un significato diverso: era lo spazio nel cuore di New York dove un tempo sorgevano le Torri Gemelle.

L’autrice racconta anche delle visite di personalità e gruppi di persone al cantiere. In alcune occasioni le veniva chiesto di accompagnare i visitatori. Una volta si accorse di parlare dei lavori con un tono troppo naturale, raccontando con disinvoltura delle pareti di contenimento e della “fossa”. “Solo osservando le reazioni dei visitatori capii quanto quel modo di parlare potesse apparire sconvolgente a chi arrivava lì per cercare di comprendere la tragedia”, confessa. Anche lei, spiega, aveva cercato di comprenderla. Conosceva tre persone morte nelle Torri Gemelle. Aveva visto in televisione il crollo degli edifici senza sapere se il suo fidanzato si trovasse all’interno di uno dei grattacieli. Più tardi aveva visto il fumo dal tetto del proprio palazzo, ancora senza sapere dove fosse. Si era precipitata alla Croce Rossa per donare sangue, ma era stata rimandata indietro: c’erano troppi donatori e pochi sopravvissuti.

L’11 settembre e il crollo emotivo

Nelle settimane successive aveva ascoltato gli amici raccontare l’orrore vissuto, compreso quello di chi aveva assistito impotente alla morte delle persone che, intrappolate nelle torri, si erano lanciate nel vuoto. “Eppure”, racconta, “il momento in cui il dolore la travolse arrivò in modo inatteso”. Stava uscendo dalla metropolitana a Union Square quando vide centinaia di volantini con la scritta “Avete visto queste persone?”. Erano stati affissi dalle famiglie di coloro che non erano mai tornati a casa. Davanti a quei volti, la donna crollò in ginocchio e cominciò a piangere. Fu allora che comprese che il dolore non può essere misurato.

“Con l’avvicinarsi del venticinquesimo anniversario”, spiega ora, “l’11 settembre viene ormai ricordato molto meno di un tempo. Quando se ne parla, spesso lo si fa come di un episodio storico, alla stregua di Gettysburg o Pearl Harbor”. Le persone che vissero direttamente quella giornata stanno morendo, mentre sono nate nuove generazioni che non possono sapere cosa significò viverla. Nel frattempo sono arrivate altre tragedie, altri momenti capaci di dividere la vita degli americani in un “prima” e un “dopo”. Poi è arrivata semplicemente la vita: figli, matrimoni, feste, anniversari. “La vita è andata avanti, come doveva andare. Anche il dolore più profondo, non può rimanere per sempre una ferita aperta”, aggiunge.

I volantini sono scomparsi dalle strade. Alcuni sono stati conservati nei musei, trasformandosi in documenti della storia americana. “Ma nessun museo potrà mai restituire davvero ciò che è andato perduto”, scrive. Dopo venticinque anni, l’11 settembre è ormai per molti soprattutto storia. Triste, tragica, ma pur sempre storia. Per chi lo ha vissuto, però, il tempo non ha cancellato niente. E le testimonianze di chi era lì ci ricordano che la distanza storica dalla tragedia non coincide per forza con la distanza emotiva da quel giorno.

 ​ Read More 

​ 

VIRGO FUND

PRIMO PIANO