martedì, Gennaio 13, 2026
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Un semplice esame del sangue può predire il Crohn con anni di anticipo

AGI – Un semplice esame del sangue potrebbe consentire di prevedere lo sviluppo della malattia di Crohn con anni di anticipo rispetto alla comparsa dei primi sintomi clinici, aprendo prospettive concrete per una diagnosi precoce e, in futuro, per strategie di prevenzione mirata. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Clinical Gastroenterology and Hepatology da un gruppo di ricercatori del Lunenfeld-Tanenbaum Research Institute di Sinai Health, a Toronto, guidato da Ken Croitoru, con la partecipazione di Richard Wu e Sun-Ho Lee, specialisti in gastroenterologia e malattie infiammatorie intestinali affiliati anche al Mount Sinai Hospital Centre for Inflammatory Bowel Disease.

La ricerca dimostra che una risposta immunitaria anomala a una proteina batterica intestinale, la flagellina, può essere rilevata nel sangue molto tempo prima che la malattia si manifesti clinicamente. In particolare, il test misura la presenza di anticorpi diretti contro un dominio conservato della flagellina prodotta da batteri commensali della famiglia Lachnospiraceae, normalmente presenti nell’intestino umano. Secondo i ricercatori, livelli elevati di questi anticorpi indicano un’alterazione precoce del dialogo tra microbiota intestinale e sistema immunitario, un passaggio chiave nello sviluppo della malattia di Crohn.

Il Crohn è una patologia infiammatoria cronica dell’apparato gastrointestinale che provoca dolore addominale, diarrea persistente, affaticamento e un peggioramento significativo della qualità della vita. L’incidenza è in aumento a livello globale e, nei Paesi occidentali, i casi pediatrici sono raddoppiati dagli anni Novanta. In Canada si stima che entro il 2035 circa 470.000 persone convivranno con una malattia infiammatoria intestinale. Nonostante i progressi terapeutici, le cure disponibili oggi sono in grado soprattutto di controllare i sintomi e l’infiammazione, ma non di prevenire l’insorgenza della malattia né di guarirla definitivamente.

Lo studio si inserisce nel contesto del progetto internazionale GEM (Genetic, Environmental and Microbial), avviato nel 2008 e coordinato dallo stesso Croitoru, che segue oltre 5.000 parenti di primo grado di pazienti con Crohn, inizialmente sani, raccogliendo dati genetici, biologici e ambientali. Questa coorte unica ha permesso di osservare le fasi che precedono l’esordio della malattia: finora, 130 partecipanti hanno sviluppato il Crohn nel corso del follow-up, offrendo ai ricercatori una rara finestra sul periodo preclinico.

Analizzando 381 parenti di primo grado, di cui 77 hanno successivamente ricevuto una diagnosi di Crohn, il team ha osservato che oltre un terzo dei futuri pazienti presentava già anni prima una risposta anticorpale elevata contro la flagellina. In media, il tempo trascorso tra il prelievo di sangue e la diagnosi clinica è stato di circa due anni e mezzo. L’associazione è risultata particolarmente forte tra fratelli, suggerendo un ruolo rilevante di fattori ambientali condivisi oltre alla predisposizione genetica.

Ulteriori analisi hanno mostrato che questa risposta immunitaria precoce è collegata a segni iniziali di infiammazione intestinale e a una compromissione della barriera intestinale, entrambe caratteristiche tipiche della malattia di Crohn conclamata. Secondo Croitoru, il fatto che tali alterazioni precedano i sintomi indica che l’attacco immunitario contro i batteri intestinali potrebbe essere una causa, e non una conseguenza, della malattia. “Con le terapie biologiche attuali otteniamo spesso solo risposte parziali e non abbiamo ancora curato nessuno”, osserva il ricercatore. “Capire cosa accade nelle fasi iniziali è essenziale per fare un salto di qualità”.

I risultati rafforzano anche l’ipotesi, sottolineata da Lee, che il bersaglio immunitario sia un dominio conservato della flagellina, aprendo teoricamente la strada allo sviluppo di vaccini o interventi immunologici preventivi in soggetti ad alto rischio. Gli autori sottolineano tuttavia che saranno necessari ulteriori studi di validazione e approfondimenti meccanicistici prima di qualsiasi applicazione clinica. Se confermati su larga scala, questi dati potrebbero cambiare l’approccio alla malattia di Crohn, spostando l’attenzione dalla sola gestione dei sintomi a una medicina predittiva e preventiva, basata su test ematici in grado di identificare i soggetti a rischio quando la malattia è ancora silente, con implicazioni rilevanti anche per i sistemi sanitari.

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