giovedì, Marzo 12, 2026
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Cos’è il ‘Mosaico difensivo’ con cui l’Iran prepara la resistenza

AGI – Il ‘Mosaico Difensivo’ iraniano è un concetto militare sviluppato da alcuni alti esponenti dei Guardiani della Rivoluzione (IRGC), in particolare sotto la guida dell’ex comandante Mohammad Ali Jafari tra il 2007 e il 2019. L’idea alla base della dottrina è organizzare la struttura difensiva dello Stato su molteplici livelli regionali e semi-indipendenti, anziché concentrare il potere in una singola catena di comando che potrebbe essere paralizzata dall’uccisione del vertice. Sette-otto comandi regionali con ampi poteri decisionali e operativi che contengono a loro volta 31 comandi provinciali delle Guardie Rivoluzionarie e dei Basij.

Il Mosaico prevede che IRGC, le milizie dei Basij, le unità dell’esercito regolare, le forze missilistiche, gli assetti navali e le strutture di comando locali costituiscano ingranaggi di un sistema interconnesso, ma non interdipendente. Se una parte viene colpita, le altre continuano a funzionare. Se i vertici militari vengono eliminati, la catena di comando non collassa. E se le comunicazioni vengono interrotte, le unità locali mantengono comunque l’autorità e la capacità di agire.

I due obiettivi della ‘dottrina’

La dottrina persegue due obiettivi centrali: rendere il sistema di comando iraniano difficile da bloccare e trasformare il campo di battaglia in una immensa area di guerriglia. La proiezione su una scala di migliaia di chilometri quadrati di azioni da guerriglia urbana dove agiscono insieme difesa convenzionaleguerra irregolaremobilitazione locale e logoramento a lungo termine. Nella pratica, la dottrina di Teheran assegna funzioni differenti alle varie istituzioni militari. La struttura IRGC e la Basij sono la parte centrale dell’architettura difensiva iraniana. Dai comandi operativi di questi ultimi partono le batterie di razzi. Le forze missilistiche nelle mani di IRGC rappresentano l’arma che consente di attaccare in profondità, pensata per colpire infrastrutture e obiettivi militari del nemico. Le loro azioni sono quelle che hanno creato danni in una vastissima area del Medio Oriente, da Israele ai Paesi del Golfo.

Il ruolo di IRGC e Basij negli attacchi da terra

Il ruolo di IRGC e Basij cambia in caso di un attacco da terra. La strategia prevede di trasformare la guerra in un conflitto di logoramento attraverso operazioni decentralizzateimboscateresistenza locale, interruzione delle linee di rifornimento e azioni flessibili in ambienti diversi: centri urbani, zone montuose e aree remote. In questo contesto i Basij assumono un ruolo particolarmente rilevante. Fondata per ordine dell’ayatollah Ruhollah Khomeini durante la guerra contro l’Iraq. Dopo il 2007, le sue unità sono state inserite in un sistema di comandi provinciali esteso alle 31 province iraniane, concedendo ai comandanti locali maggiore autonomia decisionale in base alla geografia e alle condizioni del campo di battaglia. La dottrina militare iraniana prende atto della propria inferiorità puramente militare e punta a rendere il conflitto non una gara di 100 metri, ma una lunga ed estenuante maratona. L’esercito regolare (Artesh), è chiamato a interporsi ad attacchi terrestri. Le sue unità corazzate, meccanizzate e di fanteria costituiscono la linea iniziale di difesa, con il compito di rallentare l’avanzata del nemico e stabilizzare il fronte.

Punti deboli: aeronautica e marina

Il punto debole di Teheran è l’Aeronautica, le cui forze sono destinate a porre in essere azioni di disturbo, occultamento e dispersione per limitare il più possibile la superiorità aerea avversaria. Le forze navali, anche queste nettamente inferiori alla marina USA, hanno il compito preciso di porre in essere tattiche di anti-accesso nel Golfo e intorno al cruciale stretto di Hormuz. L’obiettivo è rendere dispendioso, problematico e rischioso il movimento delle flotte avversarie attraverso l’uso di motoscafi velocimine navalimissili antinave. Le azioni della marina vanno di pari passo con la minaccia di chiudere un corridoio energetico vitale per l’economia mondiale.

Influenze e decentralizzazione del potere

La scelta iraniana di adottare questo modello difensivo è stata influenzata dalle esperienze accumulate e dai dati raccolti in seguito all’invasione statunitense dell’Afghanistan nel 2001 e dell’Iraq nel 2003. Il rapido collasso del regime di Saddam Hussein ha lasciato un segno profondo nel pensiero strategico di Teheran. L’Iran ha osservato cosa accade a uno Stato fortemente centralizzato quando viene colpito da una potenza militare schiacciante: la struttura di comando viene neutralizzata, il sistema si frammenta e il regime cade rapidamente. Di conseguenza, invece di rendere le proprie forze armate ancora più dipendenti dal controllo centrale, Teheran ha scelto di diffondere il potere decisionale. L’autonomia locale è quindi un elemento fondamentale della dottrina: la guerra continua “dal basso” anche se la leadership centrale viene colpita.

La strategia di sopravvivenza iraniana

Consapevole di non poter competere con le bocche di fuoco americane e israeliane l’Iran ha puntato sulla capacità di sopravvivere a tale superiorità. Teheran perderebbe uno scontro simmetrico, ma la capacità di disturbare i vantaggi del nemico, utilizzare il proprio enorme territorio (due catene montuose e un deserto) per prolungare il conflitto. L’obiettivo è aumentare il costo politico e militare per gli avversari e le conseguenze politiche per i leader nemici.

Rischi della decentralizzazione: perdita di controllo

Il rischio di una forte decentralizzazione del comando e della distribuzione di autonomia operativa e decisionale su più livelli è la perdita di controllo. I comandanti locali possono trovarsi ad agire sulla base di direttive ricevute in precedenza o di protocolli diversi, in mancanza di un coordinamento diretto con i vertici politici e militari di Teheran. In situazioni di crisi, ciò potrebbe tradursi in azioni militari non necessarie o non in linea con la strategia politica e militare del governo centrale. Questa ipotesi è stata avanzata per spiegare il lancio di missili iraniani verso la Turchia e l’Azerbaigian.

Autonomia eccessiva e rischio di escalation

La troppa autonomia, accompagnata da fanatismo e nazionalismo in un contesto ad altissima tensione, spiana la strada all’eventualità che unità regionali operino in modo autonomo scatenando un’escalation non intenzionale. Soprattutto il lancio di missili azzardato può essere interpretato dagli avversari con la volontà di intensificare il conflitto o può creare danni enormi al governo stesso. È quanto accaduto nel gennaio 2020, quando le difese iraniane erano in stato di massima allerta dopo l’uccisione del generale Qasem Soleimani da parte degli americani. Teheran temeva un attacco USA e un proprio ufficiale fece partire un razzo che abbatté un aereo di linea uccidendo tutti i passeggeri a bordo. Accanto alle Guardie Rivoluzionarie operano l’esercito regolare e le forze paramilitari Basij. La forte autonomia concessa ai comandi locali, insieme a una smania di protagonismo tra forze e ufficiali, può rendere più complessa la gestione unitaria delle operazioni, soprattutto in caso di attacchi da terra. L’eccessiva indipendenza può portare a fissare priorità operative divergenti e una conseguente distribuzione sbagliata di forze. Il rischio è un rallentamento fatale della risposta strategica complessiva, una ulteriore perdita di efficienza di un esercito di terra la cui consistenza ancora non è stata soppesata in questa guerra.

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