venerdì, Marzo 13, 2026
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Scorte e deroghe non frenano il rally: il petrolio resta sopra i 100 dollari a barile

AGI – Il petrolio resta sopra quota 100 dollari e si avvia a chiudere la settimana in forte rialzo, mentre i mercati continuano a scontare il rischio di una crisi prolungata in Medio Oriente e di nuove interruzioni dell’offerta energetica. Il Brent supera barriera dei 101 dollari al barile ed è in corsa per un rialzo settimanale di circa il 9%, mentre il Wti tocca nuovamente i 97 dollari restando avviato a un guadagno del 7%.

A sostenere i prezzi è soprattutto l’escalation sullo Stretto di Hormuz, passaggio da cui transita circa un quinto del petrolio e del gas mondiale. Nelle sue prime dichiarazioni pubbliche da quando ha assunto la guida del Paese, Mojtaba Khamenei ha detto che la leva della chiusura dello stretto “deve essere usata”, evocando anche l’apertura di nuovi fronti contro Stati Uniti e Israele se la guerra dovesse proseguire. Il tentativo di Washington di allentare le tensioni sull’offerta ha avuto finora effetti limitati.

Gli Stati Uniti hanno concesso una licenza temporanea di 30 giorni che permette ai Paesi di acquistare greggio e prodotti petroliferi russi già caricati e fermi in mare, nel tentativo di stabilizzare i mercati energetici globali. La misura si aggiunge al rilascio di 172 milioni di barili dalla Strategic Petroleum Reserve americana, nell’ambito di un piano coordinato con l’Agenzia internazionale dell’energia, che ha concordato un rilascio record di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche.

Il nodo di Hormuz

Per il mercato, però, il nodo vero resta la riapertura di Hormuz. Secondo Emril Jamil, analista senior di LSEG, il Brent resta sostenuto sopra quota 100 dollari nonostante la deroga sul petrolio russo e il rilascio di scorte strategiche, perché si tratta di soluzioni di breve periodo che non affrontano alla radice la stretta sull’offerta. Nella stessa direzione va anche Haitong Futures, secondo cui la licenza americana attenua solo in parte le preoccupazioni immediate.

La tensione nella regione continua intanto a salire. Teheran ha colpito in settimana impianti energetici nel Golfo, con navi attaccate vicino all’Iraq, serbatoi di carburante colpiti in Bahrein e droni lanciati contro campi petroliferi in Arabia Saudita. Secondo fonti irachene, due petroliere nelle acque del Paese sono state colpite da imbarcazioni iraniane cariche di esplosivo e i porti petroliferi iracheni hanno fermato del tutto le operazioni.

L’impatto sui mercati globali

Il sollievo sui prezzi è quindi durato poco. Dall’inizio della guerra in Medio Oriente, il 28 febbraio, il Brent ha guadagnato circa il 40%. L’impatto si riflette anche sui mercati azionari, con forti vendite soprattutto in Asia, l’area più esposta per la dipendenza dalle importazioni energetiche. Tokyo, Hong Kong, Shanghai, Singapore, Seul, Mumbai, Bangkok, Wellington, Manila e Jakarta hanno chiuso in calo.

Il dollaro mantiene invece la sua forza sulle principali valute grazie al ruolo di bene rifugio, ai timori inflazionistici e all’aspettativa che i tassi restino elevati più a lungo.

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