martedì, Marzo 24, 2026
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Il sottomarino Komsomolets dopo 37 anni è ancora radioattivo

AGI – Il sottomarino nucleare sovietico Komsomolets, affondato nel 1989 nel Mare di Norvegia durante le fasi finali della Guerra Fredda, continua a rilasciare in modo intermittente materiale radioattivo dal proprio reattore, ma senza evidenze di accumulo significativo nell’ambiente marino circostante. È quanto emerge da un nuovo studio pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), che fornisce una delle analisi più aggiornate e dettagliate sullo stato del relitto e sui rischi ambientali associati.

Il Komsomolets, un sottomarino d’attacco a propulsione nucleare che al momento dell’incidente trasportava anche due testate nucleari, giace oggi a circa 1.680 metri di profondità. Il team di ricerca, guidato da Justin P. Gwynn della Norwegian Radiation and Nuclear Safety Authority e da Hilde Elise Heldal dell’Institute of Marine Research, ha analizzato dati raccolti durante una spedizione del 2019, utilizzando veicoli sottomarini telecomandati per campionare acqua, sedimenti e organismi viventi nelle immediate vicinanze dello scafo. Le immagini e i rilievi effettuati hanno evidenziato danni estesi alla sezione anteriore del sottomarino e alla coperta superiore in corrispondenza del compartimento siluri, dove erano custodite le testate nucleari. Tuttavia, le analisi dei campioni prelevati in quest’area non hanno rilevato tracce di rilascio di plutonio dalle armi, suggerendo che i sistemi di contenimento delle testate siano ancora efficaci o comunque non compromessi in modo significativo.

Rilascio dal reattore e impatto ambientale

Diversa la situazione per il reattore nucleare. I ricercatori hanno individuato un punto critico in prossimità di un tubo di ventilazione, dove i campioni di acqua marina hanno mostrato la presenza di isotopi radioattivi rilasciati in modo intermittente. I rapporti isotopici di plutonio e uranio rilevati indicano che il combustibile nucleare all’interno del reattore è soggetto a processi di corrosione, un fenomeno atteso considerando le condizioni estreme e il lungo tempo trascorso sul fondale. Nonostante queste evidenze, lo studio sottolinea che l’impatto ambientale appare al momento contenuto. I radionuclidi rilevati non mostrano segni di accumulo significativo nei sedimenti o nella colonna d’acqua circostante, probabilmente grazie alla forte diluizione garantita dalle correnti del mare profondo. Questo aspetto riduce il rischio immediato per l’ecosistema locale, anche se non elimina le preoccupazioni legate al lungo termine. Le analisi hanno inoltre confermato che gli interventi di mitigazione effettuati negli anni Novanta, tra cui l’installazione di strutture e piastre in titanio per limitare l’ingresso di acqua nel compartimento siluri, risultano ancora in posizione e contribuiscono a contenere il degrado della struttura.

Metodologie e monitoraggio futuro

Il lavoro si basa su metodologie avanzate di analisi radiologica, tra cui spettrometria gamma e spettrometria di massa con acceleratore per la misura di isotopi come cesio, stronzio, plutonio e uranio in acqua, sedimenti e organismi marini. Queste tecniche hanno permesso di ottenere una valutazione estremamente precisa delle concentrazioni e delle possibili fonti di contaminazione. Secondo gli autori, il caso del Komsomolets rappresenta un laboratorio naturale unico per comprendere il comportamento dei materiali nucleari in ambiente marino profondo e per valutare i rischi associati a futuri incidenti che coinvolgano unità navali dotate di reattori nucleari. Proprio per questo motivo, sottolineano i ricercatori, è fondamentale mantenere un monitoraggio costante del sito nel tempo, al fine di individuare eventuali cambiamenti nelle dinamiche di rilascio e nell’impatto ambientale. Lo studio contribuisce così a colmare una lacuna importante nella conoscenza dei relitti nucleari e offre indicazioni utili per la gestione e la prevenzione dei rischi legati alla presenza di materiali radioattivi nei fondali oceanici.

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