AGI – La vittoria al referendum costituzionale riavvia i lavori del cantiere del campo largo o campo progressista, a seconda della declinazione dei partiti che vi fanno parte. Elly Schlein e Giuseppe Conte, mentre era in corso lo spoglio delle schede del referendum, hanno aperto all’utilizzo dei gazebo per scegliere il leader della coalizione che verrà.
Intanto, ai blocchi di partenza si presentano Ernesto Maria Ruffini e Alessandro Onorato, da mesi al lavoro con due diversi progetti per dare una spinta alla costruzione dell’alternativa. Progetto Civico, annuncia Onorato, sarà in campo “con un proprio candidato” da scegliere tra “chi saprà interpretare al meglio il forte bisogno di cambiamento che il Paese chiede. Noi amministratori locali“, aggiunge l’assessore, “siamo in campo per riempire un vuoto, con concretezza e radicamento sui territori, perché l’offerta politica del nostro schieramento oggi è incompleta: c’è una domanda a cui i partiti attuali e tradizionali rispondono solo in parte”. Per quanto riguarda il contributo in termini di proposte, Onorato spiega che ha intenzione di proporre “un programma concreto in grado non solo di dare una visione dell’Italia da qui a 20 anni, ma anche di intervenire immediatamente sulla quotidianità delle persone. Vogliamo recuperare temi che la sinistra, negli ultimi anni, ha colpevolmente lasciato alla destra” a cominciare dalla “sicurezza, dalla lotta alla burocrazia, dalla valorizzazione delle piccole e medie imprese e delle milioni di partite Iva“.
Le condizioni di Ruffini per le primarie
Disponibilità a partecipare alle primarie, “purché siano davvero aperte e abbiano regole condivise da tutti”, arriva anche da Ernesto Maria Ruffini, ex direttore delle agenzie delle entrate, da più parti – soprattutto dal mondo cattolico e moderato – indicato come possibile federatore. Altra condizione posta da Ruffini è che “prima delle primarie si definiscano tra i vari soggetti politici partecipanti una visione comune e un progetto di Paese che si intende realizzare attraverso un programma di governo condiviso“.
Silvia Salis si chiama fuori
Si chiama fuori, almeno per il momento, Silvia Salis. La sindaca di Genova ha fatto sapere di volere onorare l’impegno con i propri elettori: “Lusingata da questa attenzione, è un attestato di stima ma sono la sindaca di Genova”, dice: “Ripeto anche che, se ci saranno le primarie, non mi esprimerò per nessun candidato, perché tutti i partiti del campo progressista sostengono la mia esperienza amministrativa a Genova”.
Il caso Gaetano Manfredi e il “se non ora quando?”
Lo stesso vale per un altro nome ‘caldo’, quello di Gaetano Manfredi (sul quale però continuano a concentrarsi le attenzioni di molti esponenti del M5s e non solo). Al di là delle dichiarazioni d’amore per le rispettive città, fonti vicine al progetto si dicono convinte che quello di Salis non sia un ‘non possumus’ irrevocabile. Il ragionamento è il più classico dei “se non ora quando?”. Tradotto: se Salis non ne approfitta ora, fra quattro anni ci sarà, politicamente parlando, un altro mondo. Diverso il discorso per Gaetano Manfredi, considerato un nome adatto a ‘federare‘ o a mettere d’accordo anime diverse del centrosinistra, ma in una competizione come le primarie servono posizioni nette e riconoscibili fra l’uno e l’altro candidato.
Conte e l’apprezzamento per Schlein
Se Silvia Salis respinge le tentazioni di un impegno nazionale, i due leader di riferimento del centrosinistra attendono a scendere in campo in prima persona. Un’attesa dovuta al rispetto e al confronto che si deve agli altri ‘azionisti’ del centrosinistra. È vero che Conte ha aperto alla possibilità di scegliere il leader della coalizione, e quindi il candidato premier, passando per i gazebo, ma ha anche aggiunto che il M5s indicherà il candidato a tempo debito. “Non primarie di qualche apparato, ma aperte anche ai cittadini. Serve una discussione ampia in tutto il Paese per individuare il candidato più competitivo per rappresentare il programma”, diceva ieri il leader del Movimento. All’apertura, Conte aggiunge inedite parole di apprezzamento per il lavoro fatto da Schlein da quando è arrivata alla guida del Pd. “Elly Schlein ha fatto un grande lavoro: dopo la stagione di Letta il Pd era un po’ fissato sull’agenda Draghi e questo ha fatto un po’ deragliare il partito. Ha compattato il partito e di questo le va dato atto. È la leader del Pd, ha detto che era disponibile a candidarsi” alle primarie “ed è giusto che lo faccia”. Parole che fonti parlamentari del Pd, oggi, già definiscono improntate al “fair play” ancor più necessario in una competizione fra alleati.
Le perplessità sulle primarie
Nel Pd come tra i Cinque Stelle a nessuno sembra sfuggire che le primarie portano con sé l’inevitabile rischio che le distanze fra proposte in campo finiscano per farsi più profonde e radicali. Salis non fa mistero delle proprie perplessità sullo strumento: “Le primarie sono sbagliate, perché ti obbligano a mettere in contrapposizione due o più soggetti politici che sono nella stessa alleanza”, spiega. “Le primarie sono sbagliate, perché ti obbligano a mettere in contrapposizione due o più soggetti politici che sono nella stessa alleanza”. Meglio, per la sindaca di Genova, “fare una discussione interna e trovare un leader in grado di guidare il campo progressista“.



