domenica, Aprile 5, 2026
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Prime restrizioni per le forniture di carburante per gli aerei. Voli a rischio

AGI – I primi segnali di stress nella fornitura di carburante per l’aviazione arrivano anche in Italia, pur in un quadro che al momento resta circoscritto a un solo fornitore. Il regime di razionamento attivato fino al 9 aprile negli aeroporti di Bologna, Milano Linate, Treviso e Venezia porta sul piano operativo gli effetti di una crisi che da giorni le compagnie aeree collegano al conflitto in Medio Oriente, ai rischi sullo Stretto di Hormuz e al forte rialzo dei prezzi del cherosene. Il gruppo Save ha però precisato che le limitazioni “non sono significative” per gli scali di Venezia, Treviso e Verona, dove operano altri fornitori in grado di rifornire la gran parte dei vettori, e che restano garantiti sia i voli intercontinentali sia quelli nell’area Schengen.

Il caso italiano si inserisce in un quadro europeo più ampio. Secondo Politico, gli aeroporti del continente si trovano di fronte al rischio di ricadute che cominciano a emergere lungo tutta la catena logistica. Lo scenario più esposto sarebbe quello britannico: Londra Heathrow e altri scali del Regno Unito vengono indicati come i più vulnerabili, con prime cancellazioni di voli già attribuite al carburante, mentre la compagnia regionale Skybus ha soppresso una rotta per effetto dei prezzi. Secondo stime della società di analisi energetica Kpler, la Francia sarebbe il secondo Paese europeo più esposto in termini di squilibrio tra domanda e offerta, pur con una maggiore capacità di reperire volumi aggiuntivi da fonti non legate al Golfo. Nello scenario delineato, il Portogallo potrebbe esaurire il carburante in quattro mesi, l’Ungheria in cinque, la Danimarca in sei, mentre Italia e Germania avrebbero un margine di circa sette mesi. Francia e Irlanda arriverebbero a otto mesi, mentre la Polonia, quasi autosufficiente, sarebbe meno esposta.

Le cause della crisi e le scorte europee

Il nodo, peraltro, non nasce esclusivamente con questa crisi: prima ancora della guerra, Politico ricorda come le compagnie segnalavano già un deficit strutturale di cherosene nel blocco europeo, dovuto in parte alle sanzioni sul petrolio russo e in parte al calo della capacità di raffinazione nel continente. L’Europa, spiega la IATA, importa da tempo circa il 30% della domanda regionale di carburante. In generale, gli aeroporti europei hanno ancora scorte sufficienti per mantenere operativi i voli, ma il rischio di carenze nei prossimi mesi viene considerato concreto, sia dagli analisti che dalle compagnie.

Le reazioni delle compagnie aeree

Ryanair, ad esempio, sta valutando la cancellazione del 5-10% dei voli tra maggio, giugno e luglio se la guerra dovesse proseguire per altri 2-3 mesi. Il Ceo, Michael O’Leary, ha avvertito in un’intervista a SkyNews che le compagnie non avrebbero la possibilità di scegliere con libertà quali rotte sacrificare, perché le cancellazioni dipenderebbero dagli aeroporti nei quali i fornitori segnalassero problemi di disponibilità, con un preavviso stimato tra cinque e sette giorni. Un po’ quello che è accaduto oggi con i quattro scali italiani. Anche il gruppo Lufthansa ha confermato che teme ripercussioni sulla fornitura di cherosene se il conflitto in Medio Oriente dovesse protrarsi. “Per le nostre compagnie passeggeri, circa l’80% del fabbisogno di carburante per l’anno in corso” è garantito “da coperture che attenuano l’impatto del rialzo dei prezzi petroliferi. Tuttavia, anche noi risentiamo dell’aumento dei costi“.

Aumento dei consumi e impatto sui costi

A complicare il quadro c’è anche il fatto che le compagnie stanno già consumando più carburante del previsto. Dall’inizio della guerra con l’Iran, infatti, molti vettori sono stati costretti ad allungare le loro rotte per evitare le aree interessate dalla guerra, aumentando così il consumo di cherosene. Dal 28 febbraio, data di inizio della guerra, i prezzi spot sono quasi raddoppiati, passando da circa 96 a 197 dollari al barile. Il carburante, scrive Aerotime, vale in genere tra il 20% e il 35% dei costi operativi di un vettore e le attuali quotazioni stanno erodendo i margini delle compagnie. In diversi casi, i voli prenotati prima del conflitto partono già in perdita.

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