Tra sfide lanciate da una parte all’altra dell’emiciclo, accuse e rivendicazioni, un dato emerge dal dibattito sull’informativa della premier Giorgia Meloni: il raccordo tra gli interventi di Elly Schlein e Giuseppe Conte.
Due discorsi che sembrano quasi scaturire da una stessa mente, per quanto sono conseguenziali, e che si sviluppano attorno a uno stesso schema. Addirittura, il presidente del M5s riprende da dove l’alleata conclude l’intervento.
L’accusa: “Quattro anni e zero riforme”
Ovvero, l’accusa a Meloni di non aver portato a casa nessuna riforma in quattro anni. «Lei ha citato grandi numeri ma non ha citato i numeri essenziali: sono due numeretti, quattro anni e zero riforme», attacca Conte.
Poco prima, la segretaria del Pd aveva concluso così il suo j’accuse alla premier: «La sua incoerenza, Presidente, è sotto gli occhi di tutti gli italiani».
«Milioni di italiani che in questo momento stanno scegliendo se ritardare il pagamento delle bollette o dell’affitto, decidere se possono permettersi una visita nel privato o devono invece rinunciare a curarsi, e addirittura quei tanti giovani che devono decidere se accettare uno stage non pagato o se partire all’estero. Questo è il bilancio di quattro anni del vostro governo».
Il coro dell’opposizione
A queste parole si aggiungono quelle di Angelo Bonelli: «Lei, presidente Meloni, governa da quattro anni e non ha fatto nulla».
Certo, quello dei «quattro anni e zero risultati» è uno slogan utilizzato ormai da settimane. Ma speculari sono anche i giudizi dei due leader sulle scelte di politica estera.
La politica estera e la “subalternità” a Trump
A partire dalla mancata condanna delle azioni militari di Usa e Israele contro l’Iran. In questo caso la parola chiave è “subalternità”, quella di Meloni a Donald Trump.
«La sua subalternità a Trump è ignobile, sta distruggendo il diritto internazionale», dice Conte rivolto alla premier.
E Schlein aggiunge, quasi in glossa: «Noi non contestiamo solo la subalternità a Trump, ma anche che non riuscite a scegliere fino in fondo l’Europa».
Le conclusioni e l’asse Pd-M5s
Complementari anche le chiose finali dei due leader. «Non si preoccupi presidente Meloni, toccherà a noi costruire l’alternativa con gli alleati e in mezzo alle persone», assicura Schlein.
«Noi siamo pronti», sottoscrive Conte, «la manderemo a casa con gli italiani».
Incontri e segnali nei corridoi di Montecitorio
A match concluso, i leader si incontrano nei corridoi di Montecitorio. Strette di mano e pacche sulle spalle ricordano quelle tra giocatori della stessa squadra.
Che ci sia un maggiore coordinamento lo confermano anche esponenti vicini ai due leader: «Si sentono, quando serve».
E Conte, ai cronisti che notano come lo scambio in Aula apparisse quasi un doppio tennistico, risponde ironico: «Stiamo affinando».
Il giro di bilaterali nel centrosinistra
Pochi minuti dopo parte un giro di incontri bilaterali tra i leader del centrosinistra nella formazione Pd-M5s-Avs.
Il confronto tra Schlein e Conte dura circa dieci minuti ed è interrotto dal cicalino che chiama i deputati a votare la fiducia al Dl Pnrr.
Segue l’incontro tra Elly Schlein e Nicola Fratoianni, poi quello tra Conte e Fratoianni, al quale si aggiunge anche Bonelli.
Il sospetto sul “duello” con Schlein
Unica nota stonata, per il centrosinistra, è una certa insistenza della premier nel chiamare in causa la leader Pd, alimentando il sospetto che Meloni voglia “scegliersi” l’avversario per le prossime elezioni.
Nei conciliaboli del Transatlantico si ipotizza che la premier cerchi il duello con Schlein perché teme Conte, già ex inquilino di Palazzo Chigi.
La replica di Conte
A chi glielo chiede, il leader del Movimento risponde netto: «Qualsiasi decisione prenderemo nel nostro campo non sarà certo Meloni a decidere chi, quando e come sarà il leader del campo progressista».
«Si può rasserenare Meloni: non sarà lei a scegliere chi, in questo lato, interpreterà e attuerà il programma».



