martedì, Giugno 23, 2026
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L’ex ambasciatore di Londra a Teheran: “In Iran il regime è più laico ma più forte”

AGI – C’è del vero nelle parole del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, quando afferma di aver di fatto ottenuto un cambio di regime in Iran con l’eliminazione di parte dei vertici della Repubblica Islamica. A osservarlo è Nicholas Hopton, ex ambasciatore britannico a Teheran dal 2016 al 2018, oggi direttore della The Middle East Association, intervistato dall’AGI dopo una conferenza alla John Cabot University sui possibili scenari successivi all’attacco israelo-statunitense all’Iran.

Un mutamento c’è stato davvero, sostiene Hopton, la Guida Suprema è diventata una figura di rappresentanza e la classe dirigente si è laicizzata. Meno teocrazia, più nazionalismo e militarismo. Nel resto del mondo, invece, le conseguenze economiche del conflitto saranno pesantissime, avverte: le nazioni più vulnerabili rischiano la carestia.

L’Iran sta ottenendo un’intesa migliore rispetto al Jcpoa, l’accordo nucleare del 2015?

“Non in questa fase, perché sono ancora soggetti a sanzioni molto punitive. Infatti, le sanzioni che erano state revocate con il Jcpoa sono state reintrodotte e l’Iran è stato attaccato, ha subito gravi danni, ha perso la sua leadership. Quindi non credo che l’Iran sia in una posizione migliore. È tuttavia possibile che, se i negoziati procederanno come previsto nel Memorandum d’Intesa – che durino 60 giorni o, come probabile, molti di più – alcuni punti chiave, se raggiunti, andrebbero a vantaggio dell’Iran in modo massiccio. La revoca di tutte le sanzioni contro l’Iran, la revoca delle principali sanzioni statunitensi, lo scongelamento dei beni iraniani, una clausola di ricostruzione da 300 miliardi: questo è previsto nel memorandum. In questo caso Teheran otterrebbe più di quanto concordato con il Jcpoa”.

A suo giudizio, il regime esce rafforzato dalla guerra. Gli altri Stati del Golfo si sono convinti che gli Accordi di Abramo non possono funzionare e bisogna trovare un modo per convivere con l’Iran?

“Credo che il presidente degli Stati Uniti abbia suscitato una reazione molto forte dei leader del Golfo due o tre settimane fa, quando ha detto: ‘Farò un accordo con l’Iran, ma voi dovete aderire agli Accordi di Abramo’. Non credo che fossero molto interessati. Erano increduli che lui pensasse che fosse una buona cosa da fare per loro. Non tanto per via dell’Iran, quanto per il modo in cui Israele si è comportato con i palestinesi a Gaza, con gli insediamenti in Cisgiordania e, ovviamente, con l’intervento in Libano, tuttora in corso”.

“Quindi penso che gli Accordi di Abramo, per il momento, siano nella migliore delle ipotesi in pausa. Il riavvicinamento in corso tra Arabia Saudita e Israele prima del 7 ottobre difficilmente andrà oltre, per il momento. Persino gli Emirati Arabi Uniti, che sono il Paese più coinvolto negli Accordi di Abramo dal lato arabo, sembrano prendere le distanze da Israele nelle ultime settimane e stanno di fatto intensificando i contatti con l’Iran. Dovrà emergere da questi negoziati un diverso tipo di accordo che porti stabilità all’intera regione. Ma non credo che gli Accordi di Abramo bilaterali creati dalla prima presidenza Trump abbiano ancora molta strada da fare”.

Durante la conferenza ha affermato che c’è stato un cambio di regime da religioso a militare. Sarà un cambiamento strutturale?

Probabilmente no, almeno all’inizio. Dipende da come si è spostato nella pratica l’equilibrio di potere all’interno del regime: dalla Guida Suprema, che ora è più una figura di rappresentanza, al Consiglio di Sicurezza Nazionale, che probabilmente è più potente del governo. E il Consiglio di Sicurezza Nazionale è dominato da membri non eletti del corpo di sicurezza delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, appartenenti allo Stato profondo.

Nel suo intervento ha ipotizzato che sia stato durante l’incontro dello scorso dicembre a Mar-a-Lago che il premier isareliano Benjamin Netanyahu è riuscito a convincere Trump a unirsi all’attacco israeliano contro l’Iran. Ciò è sorprendente perché si suppone che il presidente degli Stati Uniti sia informato dalla sua intelligence su quanto possa essere vicino l’Iran a dotarsi di un’arma nucleare. E si suppone che abbia a disposizione analisti che spieghino che l’Iran non è il Venezuela

“Già così è sorprendente. Ma è anche sorprendente che Trump, che ha un comportamento pragmatico sul piano internazionale, abbia deciso di entrare in una guerra che è suicida dal punto di vista politico. Perché è molto probabile che sarà sconfitto alle elezioni di metà mandato, dato che tutti i grandi gruppi MAGA rappresentati dal vicepresidente JD Vance sono contrari alle guerre all’estero. Credo che il presidente abbia commesso un errore dichiarando questa guerra. Non era nell’interesse nazionale degli Stati Uniti e non era nell’interesse del popolo americano. Certamente non era nell’interesse dei suoi alleati del Golfo, né nell’interesse dell’Europa, dell’Italia, del Regno Unito e dei nostri partner europei”.

“È stato un errore molto grave e costoso che ha danneggiato l’economia globale. Ne sentiremo le conseguenze per il resto di quest’anno e per tutto il prossimo. Molti paesi in via di sviluppo in tutto il mondo ne risentiranno perché non avranno abbastanza cibo da coltivare per sfamare la propria popolazione. È stato un grave errore. L’unica buona notizia è che la guerra è finita. C’è un accordo. C’è la possibilità che il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz possa riprendere in modo più normale, ma non come prima del 28 febbraio”.

“Non tornerà alla normalità. Ora c’è la possibilità che la negoziazione e la diplomazia ci portino a un accordo più stabile e completo. Una sorta di Jcpoa plus sarebbe l’esito più probabile. Ma per arrivarci ci vorrà molto tempo. E già possiamo vedere che le forze che si oppongono all’accordo stanno lavorando duramente per minarlo”.

 

 

 

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