sabato, Agosto 8, 2026
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Negli Usa il prezzo del burrito divide i Repubblicani: scontro sul costo della vita

AGI – Il prezzo di un burrito è diventato terreno di scontro all’interno del Partito Repubblicano del presidente Donald Trump, alle prese con il timore che il caro vita possa pesare sul risultato delle elezioni di medio termine di novembre.

La specialità della cucina messicana a base di riso, fagioli, carne e salse avvolti in una tortilla è considerata da molti americani un pasto semplice, sostanzioso e alla portata di tutte le tasche. Almeno fino a poco tempo fa.

La pensa così Andrew Kolvet, portavoce dell’organizzazione giovanile conservatrice Turning Point USA, che in un post sui social diventato virale ha scritto: “Uno dei nostri studenti universitari di TPUSA mi ha espresso la sua opinione sull’accessibilità economica: un burrito non dovrebbe costare 20 dollari“. Secondo Kolvet, l’aumento dei prezzi è in larga parte legato agli effetti della pandemia di Covid e all’inflazione dell’era Biden, ma il problema, sottolinea, resta quello percepito dai consumatori: “Sembra proprio che le cose di base costino troppo”.

Il post ha aperto un acceso confronto tra i conservatori, tanto che Fox News, emittente di riferimento per l’elettorato repubblicano, ha parlato di una sorta di “guerra civile” all’interno del partito. Da una parte c’è chi mette in dubbio il prezzo indicato; dall’altra chi difende i giovani americani e le loro preoccupazioni e mette sul tavolo i possibili contraccolpi politici.

Lo scontro interno: da Crenshaw a Vance

Tra i critici c’è il deputato repubblicano del Texas Dan Crenshaw, che su X ha invitato gli studenti a “smetterla di lamentarsi”, trovare un lavoro e mangiare ramen, come facevano “tutti noi al college” quando i bilanci erano ridotti. “Al mercato non interessa quanto pensate che qualcosa ‘dovrebbe’ costare”, ha scritto. A Washington, il prezzo di un burrito da asporto in due note catene di fast food oscillava tra 6,50 e 13,50 dollari, a seconda degli ingredienti.

Sulla stessa linea di Crenshaw si è schierato Marc Thiessen, ex consigliere del presidente George W. Bush e oggi editorialista, che ha accusato gli studenti di pigrizia e ha sottolineato anche il costo aggiuntivo dei servizi di consegna a domicilio. “Quando mi sono laureato, mi nutrivo di ramen”, ha scritto. “Non mi lamentavo del costo della vita, lavoravo sodo per potermi permettere un giorno una vita migliore”.

A replicare è stato il vicepresidente JD Vance, che ha definito il commento sorprendente, osservando che, “se lo avete mai incontrato di persona, è piuttosto ovvio che quell’uomo non si sia mai perso un burrito”, in riferimento al fisico di Thiessen.

Altri esponenti conservatori hanno invece sostenuto che minimizzare le difficoltà legate al costo della vita sia una risposta politicamente controproducente. “Se la ‘soluzione’ della destra alla crisi dell’accessibilità economica è dire alla gente di mangiare cibo di qualità inferiore, perderemo (a novembre), e ce lo meriteremo”, ha scritto su X Angela Morabito, portavoce del Defense of Freedom Institute, organizzazione di orientamento conservatore.

L’impatto economico e i timori degli elettori

Il caso arriva mentre Trump continua a sostenere che l’inflazione negli Stati Uniti sia diminuita e nega che le sue politiche tariffarie abbiano avuto un impatto sui prezzi. Secondo i dati federali, l’inflazione ha raggiunto a maggio il 4,2%, il livello più alto degli ultimi tre anni, per poi scendere al 3,5% a giugno, anche grazie alla diminuzione dei prezzi dell’energia.

Restano tuttavia le incognite legate alla guerra in Iran, che ha provocato un’impennata dei prezzi della benzina e alimentato le preoccupazioni dei consumatori. Un recente sondaggio della Marquette University ha rilevato che il costo della vita è la principale preoccupazione per il 35% degli intervistati, una percentuale nettamente superiore a quella di chi indica come priorità la guerra in Iran.

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