AGI – Nel 1976 la SIP lanciava in Italia la prima scheda telefonica prepagata della storia mondiale. Cinquant’anni dopo, quegli oggetti che generazioni di italiani hanno infilato distrattamente nelle cabine gialle sono diventati merce da collezionisti, con prezzi che vanno da pochi euro a cifre a tre zeri per gli esemplari più rari.
Dal telefono a gettoni alle schede
Prima delle schede c’erano i gettoni: introdotti già nel 1927, per decenni hanno funzionato come una vera e propria moneta informale, tanto che negli anni Settanta se ne contava uno per ogni abitante e nel giro di pochi anni il rapporto salì a sette gettoni a testa. Il sistema però aveva un limite evidente, bisognava portarsi dietro tasche piene di metallo. La svolta arriva dopo circa tre anni di sperimentazioni, con prototipi in plastica dotati di contatti dorati che si rivelarono troppo costosi da produrre su larga scala.
La soluzione arrivò da un’azienda italiana di Montichiari, la SIDA, che brevettò la tecnologia poi adottata dalla SIP. Nasceva così quella che i collezionisti chiamano oggi “Serie 0”, la scheda precursore da cui discendono tutte le altre. Il vero boom arriva negli anni Novanta.
Cabine stradali
Nel 1992 l’uso della scheda si estende anche alle cabine stradali, e l’anno successivo le carte prepagate superano definitivamente le monete come principale strumento di pagamento della telefonia pubblica.Il basso costo del supporto magnetico permette di stampare tagli diversi, da 5.000 a 15.000 lire, accelerando una diffusione capillare che nel 1994 porta al traguardo simbolico della 500 milionesima scheda prodotta, celebrato con un’emissione speciale. Poi arriva il cellulare, e le cabine telefoniche iniziano lentamente a svuotarsi.
Oggetti da collezione
Le schede non spariscono dall’oggi al domani, ma il loro ruolo da oggetto d’uso quotidiano si trasforma progressivamente in qualcos’altro. Chi colleziona schede telefoniche ha un nome preciso per la propria passione: telecartofilia. Non è un fenomeno di nicchia recente, accompagna le schede fin dagli anni Ottanta, ma oggi, complice la nostalgia per gli oggetti pre-digitali, sta vivendo una seconda giovinezza tra chi vuole rivendere le vecchie raccolte e chi le cerca per completare collezioni tematiche.
A rendere preziosa una scheda concorrono diversi fattori
La tiratura limitata, il collegamento a eventi storici o sportivi, la distribuzione regionale ristretta. Le edizioni commemorative, come quella dedicata al G7 di Napoli del 1994, sono tra le più ricercate, così come le serie distribuite solo in alcune aree del Paese, ad esempio in Sicilia o in Sardegna. Un capitolo a parte meritano gli errori di stampa. Come accade per francobolli e monete, un difetto di produzione può trasformare una scheda comune in un pezzo introvabile.
I prezzi variano enormemente
Le schede comuni, quelle che chiunque abbia vissuto gli anni Ottanta o Novanta probabilmente ha ancora in un cassetto, si aggirano tra 1 e 10 euro. Le versioni rare o commemorative possono arrivare a 50-200 euro. Gli esemplari unici, con errori di stampa o tirature bassissime, superano in alcuni casi i 500 euro, con punte che secondo gli operatori del settore toccano anche il migliaio di euro per i pezzi più introvabili. Conta molto anche lo stato di conservazione.
Una scheda anche solo leggermente rovinata perde gran parte del suo valore agli occhi dei collezionisti, che privilegiano esemplari integri, mai utilizzati, conservati lontano da fonti di calore e umidità. Chi si ritrova tra le mani una vecchia raccolta di famiglia farebbe bene a non liquidarla frettolosamente. Un primo controllo va fatto sulla grafica: le schede con il vecchio logo SIP, quelle a tiratura regionale o quelle dedicate a eventi come Mondiali e Olimpiadi meritano un approfondimento prima di finire nel bidone della carta.
Esistono cataloghi specializzati, aggiornati periodicamente, che permettono di verificare tiratura e valore di mercato di ogni singola emissione, uno strumento che i collezionisti più esperti considerano indispensabile prima di vendere o scambiare un pezzo. Cinquant’anni dopo quella prima sperimentazione brevettata a Montichiari, la scheda telefonica ha smesso di essere un oggetto d’uso e ha iniziato una seconda vita da testimone di un pezzo di storia italiana, quella fatta di cabine gialle, codici da grattare e attese al telefono pubblico.



