sabato, Settembre 12, 2026
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I muscoli del viso aiutano a leggere le emozioni degli altri

AGI – Per capire un sorriso incerto, un’espressione perplessa o un’altra emozione difficile da interpretare non utilizziamo soltanto gli occhi e il cervello: partecipano anche i muscoli del nostro stesso volto.

Lo studio sui muscoli del volto

A mostrarlo è uno studio coordinato da Paola Sessa, del Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione dell’Università di Padova, in collaborazione con Pier Francesco Ferrari dell’Università di Parma, condotto su persone con paralisi facciale congenita, come nella sindrome di Moebius, o acquisita.

I ricercatori hanno osservato che, davanti alle espressioni più sottili e ambigue, maggiore era la mobilità facciale residua dei partecipanti, migliore era la loro capacità di riconoscere l’emozione. Il risultato, pubblicato su PNAS, indica che le informazioni visive e quelle sensori-motorie non rappresentano necessariamente spiegazioni alternative del riconoscimento delle emozioni, ma possono collaborare e assumere un peso diverso a seconda di quanto sia facile interpretare un volto.

Una svolta nelle neuroscienze cognitive

Lo studio affronta una contrapposizione che ha attraversato per decenni le neuroscienze cognitive. Una prima ipotesi sostiene che per riconoscere le emozioni il cervello analizzi soprattutto le informazioni visive, confrontando il volto osservato con rappresentazioni delle espressioni apprese e memorizzate.

Una seconda prospettiva attribuisce invece un ruolo anche ai sistemi motori utilizzati per produrre le nostre stesse espressioni. Secondo questa interpretazione, quando osserviamo il volto di un’altra persona mettiamo in atto una sorta di simulazione interna dei suoi movimenti facciali, che contribuirebbe a decifrarne lo stato emotivo.

Il ruolo dei pazienti con paralisi facciale

Per mettere alla prova il ruolo di questo meccanismo, i ricercatori hanno sfruttato una particolare condizione sperimentale: la paralisi facciale, cioè la perdita parziale o totale della capacità di muovere i muscoli del viso.

Sono state coinvolte sia persone con paralisi congenita, come quelle affette dalla sindrome di Moebius, sia persone che avevano sviluppato la paralisi nel corso della vita. Il confronto ha permesso di studiare non soltanto il ruolo del movimento facciale nel momento in cui viene riconosciuta un’emozione, ma anche quello dell’esperienza motoria accumulata durante lo sviluppo. I partecipanti hanno osservato brevi video contenenti due tipi di espressioni emotive. Alcune erano molto chiare e facilmente riconoscibili, altre erano invece più sottili e ambigue.

Il modello di analisi dei dati

La mobilità facciale residua delle persone con paralisi congenita e acquisita è stata valutata da una fisioterapista specializzata nelle paralisi facciali. La valutazione è stata effettuata “in cieco”, senza informazioni sui soggetti che potessero influenzarla. È proprio confrontando questa capacità residua di movimento con le prestazioni nel riconoscimento delle emozioni che è emerso il risultato principale.

Quando l’espressione osservata era ambigua, in entrambe le forme di paralisi una maggiore mobilità del volto era associata a una migliore capacità di identificare l’emozione. I sistemi sensori-motori sembrano quindi acquistare particolare importanza quando le informazioni visive, da sole, non permettono una lettura immediata del volto.

Il nodo delle espressioni più chiare

Il quadro cambia con le espressioni più chiare. Nelle persone che avevano acquisito la paralisi in età adulta, la capacità di riconoscere queste emozioni non risultava legata alla mobilità facciale residua. Secondo i ricercatori, queste persone avevano già avuto anni di esperienza motoria attraverso i quali costruire un proprio “archivio” visivo delle espressioni emotive.

Una volta consolidato, questo sistema potrebbe consentire di riconoscere le espressioni inequivocabili anche quando la capacità di muovere il proprio volto viene successivamente compromessa. Nelle persone con sindrome di Moebius, invece, il rapporto tra mobilità e riconoscimento rimaneva presente anche per le espressioni chiare. Il risultato suggerisce che l’esperienza motoria precoce possa contribuire a rendere progressivamente il riconoscimento visivo delle emozioni più autonomo dal movimento facciale.

Un sistema misto

Gli autori propongono così di superare la contrapposizione tra una spiegazione esclusivamente visiva e una basata sulla simulazione sensori-motoria.

Il contributo dei due sistemi cambierebbe in funzione delle informazioni disponibili e della storia motoria dell’individuo. “Capire che cosa prova un’altra persona non è un’attività da spettatori: il nostro corpo partecipa, silenziosamente, ogni volta che un volto si fa difficile da leggere”, ha spiegato Sessa, prima autrice dell’articolo e principal investigator del progetto.

Un risultato universale

Il risultato non riguarderebbe soltanto le persone con paralisi facciale.  “Nei nostri dati è bastato limitare temporaneamente i movimenti del viso di volontari sani perché la lettura delle espressioni più ambigue vacillasse“, ha sottolineato Sessa.

Le nuove domande sulla riabilitazione

Lo studio apre anche interrogativi sul possibile rapporto tra riabilitazione della mobilità facciale e capacita’ di interpretare le emozioni e sul ruolo delle interazioni faccia a faccia nelle prime fasi dello sviluppo.

“La riabilitazione del movimento del volto può sostenere anche la comprensione degli altri? E quanto pesano le interazioni faccia a faccia dei primi mesi – i visi guardati, imitati, ricambiati – nel costruire l’archivio mentale delle espressioni, dentro quella che è probabilmente una finestra critica dello sviluppo?”, ha osservato Sessa, indicando questi aspetti tra i prossimi obiettivi della ricerca. “Quella fra i volti è una conversazione tra corpi, prima ancora che tra occhi”, ha aggiunto Ferrari. “Lo si vede gia’ nei primi mesi, quando bambino e genitore si rispecchiano e affinano la lettura delle emozioni”

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