AGI – Era forte ieri e lo è ancora oggi. Nella camorra l’abbraccio con il sacro non si mai sciolto.
Riti e simboli hanno tempestato da subito l’immaginario criminale della “Bella Società Riformata”, come fu chiamata nel 1820 prima che diventasse camorra (dal libro del saggista svizzero Marco Monnier “La camorra”, 1863). E, a distanza di secoli, cerimonie di affiliazione continuano a celebrarsi.
La scoperta del rito della pungitura
Un esempio recente è stata la scoperta fatta da carabinieri e magistrati sul clan Gagliardi di Mondragone (Caserta). Tra le altre cose, a febbraio investigatori e inquirenti hanno dato notizia di aver scoperto il rito della “pungitura” del dito e il sangue sul santino nell’affiliazione al gruppo camorristico campano.
Un’iniziazione che andrebbe avanti sin dal 1884, data cui si fa risalire il rito più antico d’Italia (Diego Gambetta, “La mafia siciliana”, lavoro citato in “Immaginario devoto tra mafie e antimafia”, curato da Tommaso Caliò e Lucia Ceci).
La leggenda delle origini della camorra
Il sacro nella camorra è comparso insieme con la leggenda della sua nascita. La tradizione è nota. Dopo il 1400, tre cavalieri spagnoli dovettero lasciare il Paese perché avevano ucciso un signorotto che aveva stuprato una loro sorella. Sbarcarono nel Meridione d’Italia e diedero vita a tre associazioni gemelle: la mafia in Sicilia (creata da Osso), la ‘ndrangheta in Calabria (Mastrosso) e la camorra in Campania, a Napoli (Carcagnosso). “Per la gente – è scritto nel manuale del Dipartimento di analisi, studi e monitoraggio dei fenomeni criminali e mafiosi (curato da Fabio Iadeluca) della Pontificia Academia Mariana Internationalis (Pami) – Osso rappresentava Gesù Cristo, Mastrosso san Michele Arcangelo, mentre Carcagnosso raffigurava s. Pietro”. Nomi e ruoli nell’organigramma non cambiano molto rispetto a quello delle “sorelle” siciliana e calabrese.
Tatuaggi religiosi e invocazioni ai santi
Il sacro c’è sempre. Alle anime pie il malavitoso napoletano chiede protezione. E lo fa in due modi: tatuandosi la pelle e appellandosi al cielo. Lo spiega Abele De Blasio, beneventano, pioniere dell’antropologia criminale, fondatore dell’Ufficio antropometrico alla regia Questura di Napoli e autore di un altro testo fondamentale sul fenomeno: “Usi e costumi dei camorristi” (Napoli, 1897).
“Il tatuaggio religioso – racconta – occupa il primo posto. Nessuno dei sanguinari o dei ladri lascia, prima di commettere il delitto, di raccomandarsi ai santi o alle anime del Purgatorio. I segni – aggiunge – consistono in croci variamente eseguite, in sacramenti con o senza raggi, in nomi di santi e in disegni raffiguranti santi e madonne”.
Per quanto riguarda la preghiera – prosegue lo studioso – il camorrista “deve bruciare innanzi alle immagini dei loro celesti patrocinatori, ceri e olio”. E davanti alle figure della Vergini Maria o di sant’Anna pronunciare lo scongiuro: “Signò, scanzaci dalle spie e dalle guardie”.
Il ruolo dei riti secondo Raffaele Cutolo
Il sacro serve. Secondo la Pami, il motivo è stato chiarito dallo stesso boss campano Raffaele Cutolo, detto “‘o Professore” (morto nel 2021), negli Anni 70 fondatore della Nuova camorra organizzata. “Considerava le cerimonie – cita il Dipartimento di analisi dell’Academia – dei riti fondamentali nella malavita (…), perché in questo modo gli uomini sentono il bisogno di sentirsi inseriti e protetti da un’istituzione con regole, gerarchie, apparati, segni esteriori”. Col tempo non si è archiviata la liturgia criminale. “Pungitura” e tatuaggi avvengono ancora. Ecco cosa scrive il Gip nella misura cautelare relativa all’operazione conclusa a inizio anno dai carabinieri di Comando provinciale di Caserta e Reparto territoriale di Mondragone, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura di Napoli.
Il tatuaggio caratteristico era “Mangianastri”, “un marchio – si osserva nell’ordinanza – che solo i fedelissimi possono portare quale segnale incancellabile di appartenenza all’associazione camorristica capeggiata da Angelo Gagliardi, alias ‘Mangianastri’”. Il rito della “pungitura”, invece, è menzionato da uno degli indagati, riportato di nuovo nell’ordinanza del giudice: “Dobbiamo fare come facemmo con te: ti devo bucare il dito con la spilla e ti di devo bruciare il santino in mano”.
Sembra che il rapporto tra sacro e criminalità non conosca crisi: il primo non cambia, la seconda si evolve. Anche se qualcuno non la pensava così. Lo riporta sempre la Pami. Nel 1959 lo storico britannico “E.J. Hobsbawm in un libro dal titolo ‘I ribelli’ parla della camorra come di un fenomeno in via di estinzione”.
La camorra contemporanea e l’infiltrazione nell’economia
La realtà invece è un’altra. La piramide criminale si è sgretolata in un pulviscolo di bande. E “le organizzazioni mafiose campane – segnala la Direzione investigativa antimafia nell’ultima relazione del 2024 – hanno sviluppato un’elevata capacità di permeare le amministrazioni locali, infiltrare il sistema economico legale, con il coinvolgimento di imprenditori collusi avvalendosi della competenza di professionisti conniventi o anche dei cosiddetti ‘colletti bianchi’, per riciclare gli enormi flussi di denaro”.
Un cancro camuffato da medicina che ammala l’economia legale. In tutti i settori. Li elenca la Dia: “Edile e immobiliare, fornitura di calcestruzzo e altri materiali, gestione dei rifiuti e servizi per l’ambiente, onoranze funebri, agroalimentare, trasporto merci, commercio e noleggio di auto, distribuzione di idrocarburi, somministrazione di alimenti e bevande, bar, ristoranti, attività turistiche, cura e benessere della persona”.
Un business da miliardi di euro
L’ammontare del danno è una cifra a molti zeri. “Il volume d’affari annuo delle mafie italiane – denuncia l’Ufficio studi della Cgia di Mestre nel dicembre 2024 – si aggira attorno ai 40 miliardi di euro l’anno; una cifra spaventosa che vale praticamente due punti di Pil”. La camorra ha una fetta importante di questi introiti.
La prefazione al libro di De Blasio porta la firma di uno dei padri della criminologia, Cesare Lombroso. Elogia il lavoro dell’antropologo e sul fenomeno camorra conclude con sarcasmo. “Se la sorte malvagia non ci dà legislatori abili per debellarla, né politici per comprenderne tutta la gravità – si consola – abbiamo almeno forti scienziati che la sanno minutamente ricercare e descrivere”. Poi la stilettata: “Peggio per quelli che chiudono gli occhi per non vedere e non provvedere”.



