sabato, Settembre 26, 2026
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Occhio alle etichette salutistiche: non sempre indicano che il cibo è più sano

AGI – Un’indicazione salutistica sulla confezione non garantisce che un alimento abbia una qualità nutrizionale complessivamente migliore. Lo mostra un’analisi di quasi 150mila prodotti alimentari e bevande lanciati negli Stati Uniti nell’arco di un decennio, condotta da Miguel Gomez, professore di marketing alimentare alla Cornell University, e dalla ricercatrice post-dottorato Pei Zhou.

Secondo lo studio, pubblicato sulla rivista Nature Food, circa la metà dei prodotti esaminati riportava indicazioni legate alla salute, ma due terzi dell’intero campione risultavano meno salutari secondo il modello di valutazione nutrizionale utilizzato dai ricercatori.

Quando una singola dicitura può essere fuorviante

La riduzione di un ingrediente, come il sale o i grassi, può infatti accompagnarsi a un aumento di altri componenti, senza migliorare necessariamente il profilo complessivo dell’alimento.

Per esaminare il rapporto tra le dichiarazioni presenti sulle confezioni e la composizione dei prodotti, il gruppo della Cornell University ha utilizzato i dati sui nuovi alimenti immessi sul mercato raccolti dalla società di ricerche Mintel.

Il modello per valutare la qualità nutrizionale

A ciascun prodotto è stato applicato il Nutrient Profiling Model, un sistema sviluppato dalla Food Standards Agency britannica che considera contemporaneamente diversi aspetti della composizione nutrizionale.

Il modello attribuisce un peso sfavorevole a quantità elevate di zuccheri, sodio, grassi saturi ed energia, mentre tiene conto positivamente della presenza di fibre, proteine, frutta e verdura. La valutazione dell’intero prodotto può quindi restituire un quadro diverso da quello suggerito da una singola indicazione in etichetta.

Un alimento presentato come povero di grassi, per esempio, può contenere più zuccheri o sodio rispetto alla versione originale.

Le osservazioni che hanno dato origine alla ricerca

È stata proprio un’osservazione di questo tipo a spingere Pei Zhou ad approfondire il tema: al supermercato aveva notato che una crema di formaggio a ridotto contenuto di grassi conteneva più zuccheri totali e più sodio rispetto alla variante tradizionale.

Da qui la domanda alla base della ricerca: i prodotti che riportano indicazioni salutistiche sono effettivamente più sani di quelli che non le riportano?

L’analisi mostra che le indicazioni riferite a un singolo nutriente possono essere corrette senza descrivere adeguatamente la composizione complessiva. Secondo i ricercatori, alcuni prodotti a ridotto contenuto di sodio presentano quantità maggiori di zuccheri, mentre alcuni piatti confezionati dichiarati privi di grassi trans contengono più grassi saturi e sodio.

Il risultato non significa che ogni riformulazione comporti un peggioramento, ma che il miglioramento di un parametro non basta, da solo, a stabilire la qualità nutrizionale dell’alimento.

Le differenze più evidenti nel settore delle bevande

Le differenze più marcate tra le indicazioni sulla confezione e la valutazione complessiva sono emerse nel settore delle bevande. In questa categoria, dichiarazioni come “a basso contenuto di sodio”, “senza zucchero” e “a basso contenuto di grassi saturi” sono risultate particolarmente inclini a non riflettere il profilo nutrizionale complessivo del prodotto.

La presenza di una dicitura favorevole su un componente può quindi attirare l’attenzione del consumatore su una caratteristica che, considerata isolatamente, non descrive l’intera bevanda.

L’effetto alone delle etichette

Lo studio richiama anche il ruolo delle espressioni che possono evocare un’immagine positiva senza costituire, di per sé, una valutazione nutrizionale completa.

Termini come “naturale”, “biologico”, “non OGM” o “integrale” descrivono caratteristiche differenti dei prodotti, ma non indicano automaticamente quanto zucchero, sodio o grassi contengano.

I ricercatori citano precedenti studi sui consumatori secondo cui queste diciture possono essere interpretate come sinonimi di alimento salutare, un’associazione che viene definita “effetto alone”.

Il dibattito sui sistemi di etichettatura

I risultati si inseriscono nel dibattito sui sistemi di etichettatura alimentare. Negli Stati Uniti, la Food and Drug Administration (FDA) ha aggiornato la definizione applicabile all’indicazione “healthy” e ha proposto un sistema informativo sulla parte anteriore delle confezioni per riassumere alcune caratteristiche nutrizionali dei prodotti.

Miguel Gomez richiama anche le esperienze di Paesi come Cile e Messico, dove vengono utilizzate avvertenze frontali per segnalare contenuti elevati di zuccheri, sale e grassi.

“L’idea generale è passare dalle singole dichiarazioni a un sistema basato su un profilo nutrizionale più ampio”, afferma Gomez.

L’analisi della Cornell offre elementi per valutare questo approccio, ma non misura direttamente se un diverso sistema di etichettatura modifichi gli acquisti dei consumatori o migliori gli esiti di salute.

La ricerca riguarda prodotti lanciati sul mercato statunitense nel periodo considerato, non un campione di tutte le confezioni attualmente in vendita né le abitudini alimentari delle persone.

I risultati mostrano tuttavia il limite di giudicare un alimento sulla base di una sola dicitura: per comprenderne meglio la composizione occorre considerare insieme zuccheri, sodio, grassi saturi e gli altri elementi riportati nella tabella nutrizionale.

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