AGI – Nel giorno del compleanno di Vladimir Putin, il 7 ottobre 2006, la giornalista del giornale d’inchiesta russo Novaya Gazeta Anna Politkovskaya — apertamente critica del Cremlino — fu uccisa nell’ascensore del condominio dove viveva a Mosca. Nel ventesimo anniversario del suo omicidio, molte persone si sono recate con mazzi di fiori davanti alla sua ex abitazione, in via Lesnaya, sotto lo sguardo vigile della polizia.
Secondo la testata di opposizione Sotavision, due agenti di polizia presidiano l’ingresso del palazzo, con un furgone delle forze dell’ordine parcheggiato nelle vicinanze. Le forze di sicurezza hanno fermato una delle persone giunte per rendere omaggio, ma l’hanno rilasciata quasi subito.
Tra i moscoviti arrivati a rendere omaggio alla giornalista che, tra le altre cose, aveva denunciato i crimini della Russia di Putin in Cecenia, c’è stato anche Nikolai Rybakov, leader del partito di opposizione Yabloko, squalificato dalla corsa nelle ultime elezioni di metà settembre.
Rybakov ha affisso una nuova targa commemorativa in onore di Politkovskaja vicino all’ingresso dell’edificio dove fu uccisa. In questi vent’anni, le targhe commemorative della reporter sono state più volte divelte o vandalizzate. Solo dalla metà di gennaio, la targa è stata distrutta più di 20 volte, ma sempre ripristinata dagli attivisti. Politkovskaya aveva raccontato senza paura le guerre in Cecenia e l’ascesa di Putin, mettendo in guardia contro le sue tendenze autoritarie in un momento in cui il nuovo leader del Cremlino veniva visto dall’Occidente come un possibile alleato.
Le profezie sul regime di Putin e l’eredità della reporter
Il suo omicidio segnò un punto di svolta per il giornalismo russo. A distanza di due decenni, Putin è ancora al potere, la guerra di Mosca contro l’Ucraina — che ha causato centinaia di migliaia di vittime — è al suo quinto anno e la repressione interna ha raggiunto livelli che non si vedevano dai tempi dell’URSS.
“Tutto ciò che sta accadendo alla Russia oggi era stato previsto da Anna nei libri pubblicati prima della sua morte”, ha sottolineato Serghei Sokolov, suo caporedattore alla Novaya Gazeta, testata costretta a sospendere le pubblicazioni in Russia dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. “All’epoca nessuno le credeva”, ha ricordato Sokolov, “dicevano che stesse esagerando i pericoli e i timori”.
Mentre nei primi anni 2000 l’Occidente vedeva come un possibile alleato l’ex agente del KGB Putin, salito al Cremlino dopo il caos degli anni ’90, Politkovskaya avvertiva che i giornalisti russi avrebbero dovuto dimostrare “totale servilismo a Putin” o rischiare la prigione o la morte. La Russia, sosteneva la reporter, stava “precipitando di nuovo nell’abisso sovietico”.
Mandanti impuniti e il valore simbolico per l’informazione libera
Gli esecutori materiali del suo omicidio sono stati arrestati e condannati, ma i mandanti del delitto non sono mai stati identificati. L’ipotesi principale della famiglia e dei suoi colleghi è che la sua morte sia legata alla sua attività professionale. Interpellato in merito al processo nel 2021, Putin dichiarò che le autorità russe avevano “fatto di tutto per far luce su questo crimine”.
Nonostante il suo nome sia stato praticamente cancellato dalla narrazione ufficiale russa — nessun giornale o TV oggi la ricorda — Politkovskaya rimane un’icona per i giornalisti indipendenti russi, ma anche un costante promemoria dei pericoli legati a questa professione nella Russia di Putin.



