AGI – Si è aperto il 2 novembre a Parigi il processo per i cosiddetti “Dubai Papers” che hanno portato alla luce un’organizzazione che offriva ai contribuenti facoltosi soluzioni “chiavi in mano” per nascondere e recuperare il proprio denaro, sottraendolo al controllo del fisco.
Fino al 3 dicembre davanti alla corte non compariranno semplici contribuenti, ma 13 persone e tre società che costituiscono il dietro le quinte di una frode capace di destreggiarsi abilmente tra i sistemi fiscali di vari Paesi: dirigenti dell’organizzazione, dipendenti, procacciatori d’affari e prestanome.
Dubai Papers, al centro dell’inchiesta la società Jawer/Helin
Al centro di quella che la Procura nazionale finanziaria (Pnf) francese ha definito una “centrale di frode fiscale e riciclaggio su larga scala” si trova la società svizzera Jawer, dal 2007 trasferita negli Emirati Arabi Uniti per aggirare la fine del segreto bancario elvetico e operativa dalla zona franca di Ras al-Khaimah, un emirato a nord di Dubai, sotto il nome di Helin.
Emersa nel settembre 2018 grazie al settimanale L’Obs, l’inchiesta si spinge a un livello di dettaglio raramente raggiunto in un caso finanziario internazionale di tale portata. Il procedimento si avvale di migliaia di documenti interni di Jawer/Helin, consegnati in modo anonimo alla Pnf nel gennaio 2019 in una chiavetta USB.
Questa mole di messaggi e documenti finanziari ha gettato una luce rivelatrice su un mondo che fa proprio dell’opacità il suo modello di business, un ambito in cui le logiche d’affari si intrecciano talvolta con quelle della criminalità organizzata: comunicazioni con i clienti tramite sistemi di messaggistica crittografati, uso di pseudonimi nelle interazioni interne e denaro consegnato ai contribuenti in modo discreto, attraverso valigette piene di contanti o carte prepagate.
Le accuse: almeno 54 milioni di euro sottratti al fisco
Gli imputati, chiamati a rispondere di complicità in frode fiscale, riciclaggio in forma organizzata e associazione a delinquere, sono accusati di aver consentito a oltre un centinaio di contribuenti francesi facoltosi di sottrarre al fisco almeno 54 milioni di euro tra il 2007 e il 2018. Altri procedimenti sono in corso in Belgio e in Svizzera.
L’accusa stima che Jawer/Helin abbia gestito solo per la Francia oltre 200 milioni di euro in attività, occultate attraverso 658 società offshore per conto di 322 contribuenti. I fondi erano dispersi in banche di tutto il mondo, dalle Bahamas alle Mauritius, da Hong Kong a Porto Rico. L’organizzazione offriva inoltre alle imprese la possibilità di ridurre artificialmente la propria base imponibile, emettendo fatture fittizie o gonfiate per consulenze o prestazioni in subappalto. In seguito, consentiva loro di recuperare, attraverso canali indiretti, le somme che erano state fatte uscire dalla contabilità aziendale.
Il principe belga Henri de Croy tra gli imputati
A capo di questa struttura, frammentata e distribuita su più paesi, vi era il principe belga Henri de Croy, 68 anni, noto nelle comunicazioni interne con lo pseudonimo di “A3”. Lunghi capelli bianchi pettinati all’indietro e giacca su camicia a quadri azzurra, l’aristocratico è stato il primo a essere chiamato al banco degli imputati. Secondo la Procura nazionale finanziaria, la sua competenza in materia di fiscalità internazionale, le sue frequentazioni nell’aristocrazia e nell’alta borghesia europea, nonché la sua conoscenza dei meccanismi giudiziari – maturata a seguito di precedenti vicende legali in Belgio – “spiegano in gran parte l’ampiezza e la durata nel tempo di questa frode”.
Tra gli imputati figurano anche suo fratello e socio, Emmanuel de Croy, e la stimata mecenate britannica Geraldine Whittaker, i cui trust di beneficenza sarebbero stati utilizzati per occultare il denaro di alcuni clienti. Oltre ad alcuni dipendenti dell’organizzazione, davanti al tribunale correzionale compaiono anche i principali procacciatori d’affari – avvocati tributaristi e commercialisti. Prima del processo, alcuni degli imputati con un ruolo più marginale hanno optato per il patteggiamento, ricevendo pene che arrivano fino a tre anni di reclusione con la condizionale e 240.000 euro di multa.



