AGI – Il primo alleato di Donald Trump a pagare il prezzo della pesante sconfitta repubblicana alle elezioni di medio termine potrebbe essere Pete Hegseth, segretario alla Difesa degli Stati Uniti. Secondo la Cbs, il presidente americano avrebbe chiesto ai suoi consiglieri se il capo del Pentagono debba restare al suo posto dopo aver guidato la campagna militare contro l’Iran.
Interpellato durante una visita al cantiere della nuova sala da ballo della Casa Bianca, Trump ha però negato di volerlo licenziare. “No, penso che stia facendo un buon lavoro”, ha risposto, aggiungendo che Hegseth “sarebbe molto popolare come senatore”. Le indiscrezioni su una sua possibile sostituzione, tuttavia, circolano da tempo.
Le conseguenze della sconfitta repubblicana
Hegseth potrebbe non essere l’unico a pagare le conseguenze del risultato elettorale. Secondo la Cbs, alcuni membri dello staff della Casa Bianca prevedono che parte delle responsabilità per la sconfitta dei repubblicani possa ricadere anche sull’ammiraglio Brad Cooper, capo del Comando centrale degli Stati Uniti, e sul generale Dan Caine, presidente del Comitato congiunto dei capi di Stato maggiore. Entrambi hanno avuto un ruolo di primo piano nella guerra contro l’Iran.
Anche se Trump non sembra aver ancora deciso di sostituirlo, Hegseth potrebbe diventare uno dei principali bersagli del nuovo Congresso a maggioranza democratica. L’opposizione ha già manifestato l’intenzione di avviare una procedura di impeachment nei suoi confronti, chiedendogli conto delle operazioni militari contro i presunti narcotrafficanti in Venezuela e della guerra all’Iran, condotta senza l’autorizzazione del Congresso.
Lo spettro dell’impeachment
Un’eventuale sostituzione o le dimissioni dall’incarico potrebbero non bastare a sottrarre Hegseth alla procedura di impeachment. Esiste infatti un precedente nella storia americana. Nel 1876 William Belknap, segretario alla Guerra durante la presidenza di Ulysses Grant, si dimise pochi minuti prima che la Camera votasse la sua messa in stato d’accusa.
La Camera procedette comunque con l’impeachment e il Senato celebrò il processo. Belknap, primo segretario alla Guerra sottoposto alla procedura, venne infine assolto. Il caso dimostra che le dimissioni non impediscono necessariamente al Congresso di procedere. A indebolire ulteriormente la posizione di Hegseth sono arrivate anche le parole del vicepresidente JD Vance, che ha attribuito al conflitto nel Golfo la sconfitta dei repubblicani, costata al partito il controllo sia della Camera sia del Senato. “Il motivo per cui abbiamo perso è la guerra”, ha scritto Vance su X.
DeSantis tra i possibili successori al Pentagono
Tra i nomi che circolano per un’eventuale successione a Hegseth figura quello del governatore repubblicano della Florida Ron DeSantis, ex ufficiale della Marina statunitense. La sua candidatura potrebbe essere sottoposta al Senato nelle prossime settimane, prima dell’insediamento del nuovo Congresso, previsto per il 3 gennaio. In questo scenario, DeSantis assumerebbe la guida del Pentagono alla scadenza del suo mandato da governatore, il 5 gennaio. La Casa Bianca ha però smentito le indiscrezioni, assicurando che Trump “ha piena fiducia nel segretario Hegseth”. Una dichiarazione che non ha comunque fermato le ipotesi su un possibile cambio ai vertici della Difesa.
L’ipotesi di un seggio al Senato per Hegseth
Per Hegseth potrebbe aprirsi anche una strada politica alternativa. Il segretario alla Difesa potrebbe puntare al seggio del Senato lasciato vacante da Marsha Blackburn, eletta governatrice del Tennessee. Hegseth ha già stabilito la propria residenza nello Stato, tradizionale roccaforte repubblicana. La futura governatrice avrebbe il potere di nominare un sostituto temporaneo fino alle elezioni del 2028. Trump ha definito Hegseth un candidato potenzialmente molto popolare, pur assicurando di non essere a conoscenza di un progetto per assegnargli il seggio. Un eventuale ingresso al Senato, tuttavia, non gli garantirebbe automaticamente l’immunità da una procedura di impeachment relativa al precedente incarico.
La corsa alla Casa Bianca del 2028
La partita sul futuro di Hegseth si intreccia con un’altra competizione che, archiviate le elezioni di medio termine con una netta vittoria democratica, comincia già a prendere forma: la corsa alle presidenziali del 2028. Nel campo repubblicano, uscito fortemente indebolito dal voto, si apre una fase di resa dei conti che potrebbe rimettere in discussione anche gli equilibri interni all’amministrazione Trump.
Tra i nomi più discussi per la successione del presidente figurano il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio. In passato era circolata anche l’ipotesi di una candidatura di Hegseth, che aveva però smentito pubblicamente qualsiasi progetto in questo senso. Prima delle Midterm, l’aspettativa diffusa era che Trump avrebbe avuto un ruolo decisivo nella scelta del candidato repubblicano. La sconfitta elettorale apre ora nuovi interrogativi: bisognerà capire se il presidente intenda ancora costruire personalmente la propria successione e, soprattutto, quanto il partito sarà disposto a seguirlo.
La situazione non è molto più definita sul fronte democratico. A due anni dalla sconfitta di Kamala Harris, il partito non ha ancora individuato una leadership nazionale indiscussa né un candidato capace di raccogliere un consenso trasversale. Il voto di medio termine, tuttavia, ha rafforzato alcuni possibili protagonisti della prossima corsa alla Casa Bianca.
Ossoff, il nuovo nome forte dei democratici
Tra questi spicca Jon Ossoff, rieletto senatore in Georgia con una vittoria netta sul repubblicano Mike Collins, sostenuto da Trump. Le prime proiezioni elettorali gli attribuivano circa il 63% dei voti, un risultato particolarmente significativo in uno Stato che appena due anni fa aveva scelto il presidente repubblicano. Ossoff, già accostato in passato a Barack Obama per il suo profilo politico e comunicativo, esce rafforzato da una competizione che gli ha garantito una crescente visibilità nazionale. La vittoria in uno degli Stati più contesi del Paese ne alimenta le prospettive in vista del 2028, anche se il senatore ha finora escluso l’intenzione di candidarsi alla presidenza.
Durante la campagna elettorale aveva promesso che, in caso di rielezione, avrebbe completato il mandato di sei anni al Senato. Una posizione che i suoi collaboratori hanno ribadito. Secondo alcuni strateghi democratici, tuttavia, la necessità di trovare un candidato competitivo contro i repubblicani potrebbe convincerlo a riconsiderare la decisione. Con il Congresso passato sotto il controllo democratico e la guerra all’Iran diventata un elemento centrale del confronto politico, la sfida per il 2028 si apre dunque in uno scenario profondamente diverso rispetto a quello immaginato prima delle Midterm. Per Trump si tratta di decidere non soltanto chi dovrà assumersi le responsabilità della sconfitta, ma anche a chi affidare il futuro politico del movimento che ha costruito.



