sabato, Novembre 7, 2026
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Domenica si decide il futuro dell’ex Ilva, chi partecipa alla gara per le Acciaierie

AGI – Ex Ilva: mancano poche ore alla chiusura della gara internazionale per la presentazione delle offerte per rilevare gli asset industriali: gli stabilimenti siderurgici di Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi, più altre attività e società collegate. È la terza volta, in due anni, che si è davanti alla presentazione di offerte. Alle 24 di domani si tireranno le somme di questa nuova gara, anche se probabilmente l’esito si conoscerà nella mattinata di lunedì. La prima gara i commissari dell’amministrazione straordinaria di Acciaierie d’Italia – Giancarlo Quaranta, Giovanni Fiori e Davide Tabarelli – l’hanno lanciata a fine luglio 2024, quasi cinque mesi dopo il loro arrivo, seguito alla chiusura della gestione ArcelorMittal. Il bando è stato poi aggiornato e rilanciato ad agosto 2025. Di fatto, da luglio 2024 ad oggi una definitiva chiusura della gara non c’è mai stata.

In quanto alle offerte, il 10 gennaio 2025 in relazione al bando dell’estate 2024 con una prima scadenza prorogata, si ebbero complessivamente 10 offerte: 7 per i singoli asset e 3 per tutto il gruppo. Quest’ultimo interessava gli azeri di Baku Steel insieme ad Azerbaijan Investment Company, gli americani di Bedrock Industries Management e gli indiani di Jindal Steel International. Quelle offerte di inizio 2025 non andarono però a buon fine e, 23 mesi dopo, di quei nomi candidatisi per tutti gli asset del gruppo è rimasto in pista solo Jindal. Che peraltro tempo addietro si era anche allontanato dall’ex Ilva, mirando alla tedesca ThyssenKrupp ma senza esito, per poi tornare di nuovo sull’ex Ilva.

Ex Ilva, l’uscita degli azeri dalla gara

Usciti di scena, invece, gli azeri di Baku, sebbene all’epoca fossero stati ritenuti in pole position. A far rinunciare gli azeri è stata nell’estate 2025 l’impossibilità di far arrivare a Taranto, per la forte opposizione locale, anche del Comune, una nave di rigassificazione che avrebbe dovuto alimentare anche i futuri forni elettrici.

Il secondo step della procedura

La gara per l’ex Ilva, dopo quello di gennaio 2025, ha poi avuto un secondo step il 26 settembre 2025. Anche in questo caso, 10 offerte totali, con la differenza che quelle per i singoli asset sono passate da 7 a 8 e quelle per l’intero gruppo da 3 a 2. Poco più di un anno fa, infatti, erano in corsa ancora gli americani di Bedrock e un altro gruppo statunitense: Flacks Group insieme a Steel Business Europe. In questa seconda gara Jindal non c’è più e compare Flacks, fondo di investimento Usa.

I possibili protagonisti dell’ultima fase

Ora, con la terza gara che sta per chiudersi, la cui scadenza è stata posticipata dal 15 ottobre all’8 novembre, Bedrock è scomparso dai radar, mentre è rimasto, almeno a livello di annunci del gruppo, Flacks ed è tornato Jindal che quasi certamente presenterà una nuova offerta. Il gruppo siderurgico indiano dovrebbe riformulare la sua offerta tenendo presente che solo l’area a freddo può funzionare. Di far venire le bramme da fuori, dall’Oman, Jindal lo aveva già previsto nell’offerta precedente, quando ancora c’era l’area a caldo e la Corte d’Appello di Milano e la Corte di Cassazione non si erano pronunciate, mentre ora l’area a caldo è tutta spenta in conseguenza del provvedimento dei giudici di Milano recentemente confermato dalla Suprema Corte.

Il nodo dei forni elettrici

Con la nuova offerta, sarà importante capire cosa Jindal farà con i forni elettrici. In precedenza ha detto di volerne costruire uno da 2 milioni di tonnellate affiancandovi 4 milioni di tonnellate di bramme importate. Così avrebbe raggiunto la soglia dei 6 milioni autorizzata dall’AIA per il sito di Taranto.

Le incertezze della cordata italiana

Resta un rebus, invece, la cordata italiana guidata da Federacciai. A metà agosto, dopo alcuni incontri con il governo, gli acciaieri italiani sono scesi in campo con una manifestazione di interesse. Nella cordata, presenti nomi di rilievo come Marcegaglia, Arvedi, Duferco, Acciaierie Venete, Feralpi, Anghileri ed altri. Tra settembre e ottobre la cordata italiana ha avuto accesso alla data room di Acciaierie, prendendo contezza dello stato della società e dei relativi dati, ed è stata altresì in delegazione a Taranto e Genova per visitare gli impianti.

Le riserve degli acciaieri italiani

Strada facendo, però, nella cordata nazionale sono via via emerse molte riserve sulla fattibilità e praticabilità dell’operazione ex Ilva sino ad arrivare ad un passo dal disimpegno. Qualche sera fa il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, è stato visto entrare a Palazzo Chigi. Non ci sono state comunicazioni ufficiali al riguardo, per cui si potrebbe solo ipotizzare che Gozzi abbia cercato un supplemento di trattativa con il governo, oppure illustrato le ragioni del disimpegno dall’ex Ilva degli acciaieri italiani. Infatti, sebbene giorni fa Gozzi si sia affrettato a precisare che Federacciai non ha comunicato nulla e che il disimpegno è stato solo riportato dai media, l’abbandono degli italiani resta allo stato una possibilità molto concreta. Anzi, sarebbe una decisione già presa considerati i tanti aspetti critici dell’operazione, a partire dai costi e dalle perdite nella fase di avvio.

L’ipotesi Arvedi

C’è poi Arvedi. Nome di primissimo piano nel mondo siderurgico, produttore di laminati piani come quelli che faceva Taranto prima dello stop e possessore di una tecnologia innovativa che trasforma l’acciaio liquido in coils (rotoli) laminati a caldo, decapati, zincati, preverniciati o tagliati a misura. Un nome, Arvedi, spesso evocato nella vicenda ex Ilva, ma mai apparso in concreto. Arvedi scese ufficialmente in campo solo nel 2016-2017, quando con la cordata Acciaitalia – dove c’erano anche Jindal e Cassa Depositi e Prestiti – tentò, invano, di battere il competitor ArcelorMittal a cui poi l’azienda fu assegnata.

I possibili ostacoli Antitrust

Se stavolta Arvedi ci sarà, vorrà dire che, pur essendo nella cordata di Federacciai, ha poi condotto una trattativa diretta, forse con Palazzo Chigi, negoziandone le condizioni. Da rilevare che Arvedi gestisce già gli impianti di Cremona e Terni. E sommare eventualmente anche l’ex Ilva potrebbe determinare un esame da parte dell’Antitrust.

Gli ultimi scenari in campo

Invece si è chiamata fuori dalla gara la ceca CE Industries, che ad agosto aveva fatto una manifestazione di interesse, mentre non avrebbe chance, secondo gli osservatori, l’americano Flacks Group, che oltretutto ha rilanciato chiedendo al governo un prestito di almeno un miliardo, quando nei mesi passati sono stati i commissari a chiedere a Flacks di mettere sul tavolo le sue garanzie.

 

Summary: Offerte per il gruppo, resta in pista soprattutto Jindal

 

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