AGI – Nel vuoto lasciato in Iran dall’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei dopo 37 anni di potere, e nella nebbia che si era addensata intorno alla sua successione nei primi giorni di guerra, si era fatto largo Ali Larijani, 67 anni, capo del Supremo Consiglio per la Sicurezza nazionale dell’Iran (Snsc), diventando il leader d’emergenza della Repubblica islamica in guerra. Israele ne rivendica l’uccisione nei raid su Teheran. Fedelissimo di Ali Khamenei, proprio dalla defunta Guida Suprema – secondo le ricostruzioni del New York Times – avrebbe ricevuto il compito di gestire il Paese alla vigilia dell’atteso attacco congiunto di Usa e Israele. In questi 18 giorni di bombardamenti, ha svolto un ruolo molto più visibile rispetto al nuovo ‘Rahbar’, Mojtaba Khamenei, mai apparso in pubblico da quando è stato scelto a succedere al padre.
Il capo della sicurezza della Repubblica islamica ha camminato tra la folla durante una manifestazione filo-governativa la scorsa settimana per il centro della capitale, in segno di sfida contro Israele e gli Stati Uniti. Un tempo annoverato tra le fila dei pragmatici, ha poi assunto posizioni più intransigenti. È stato lui il primo tra gli alti funzionari iraniani a parlare pubblicamente dopo l’inizio della guerra e sempre lui a smentire il presidente Usa, Donald Trump, sulle intenzioni del regime di negoziare. Veterano della politica, più volte aspirante candidato alla presidenza, Larijani ha ripreso la leadership dell’Snsc – che aveva già guidato 20 anni fa – dopo la guerra di 12 giorni tra Iran e Israele a giugno, tornando formalmente al centro dell’apparato di sicurezza iraniano. Ha ricoperto incarichi di alto livello nel corso di una carriera caratterizzata dalla lealtà a Khamenei e dalla reputazione di saper intrattenere relazioni pragmatiche con le fazioni spesso rivali del Sistema, destreggiandosi tra ideologia e diplomazia.
Il suo status di stratega fidato della Guida Suprema si è materializzato a febbraio con un viaggio in Oman, Paese mediatore con gli Usa, per preparare i colloqui sul programma nucleare, mentre Washington rafforzava il suo dispositivo militare in Medio Oriente per cercare di estorcere concessioni a Teheran prima di sferrare l’attacco. È stato sempre lui, negli ultimi mesi, a recarsi a Mosca per discutere di una serie di questioni in materia di sicurezza, a ulteriore dimostrazione del suo ritorno alla diplomazia di alto livello. Pochi anni fa gli era stato affidato anche il compito di portare avanti i negoziati con la Cina, culminati con un accordo di cooperazione di 25 anni siglato nel 2021.
Origini e carriera politica
Nato a Najaf, città culla dello sciismo iracheno, nel 1958 da una famiglia di esponenti del clero iraniano, Larijani si trasferì in Iran da bambino e conseguì un dottorato di ricerca in filosofia, ricevendo una educazione laica. Anche diversi suoi fratelli hanno ricoperto posizioni di rilievo nell’establishment, tra cui la magistratura e il ministero degli Esteri. Ex membro delle Guardie rivoluzionarie (IRGC), è stato capo negoziatore sul nucleare dal 2005 al 2007, difendendo il diritto del suo Paese ad arricchire l’uranio ed era presidente del Parlamento quando, nel 2015, l’Iran ha siglato l’intesa (JCPOA) poi stracciata da Trump nel 2018. Gli Usa – che lo hanno sanzionato – ritengono abbia avuto un ruolo di primo piano nella repressione feroce delle ultime proteste anti-governative a gennaio che, insieme ad altri esponenti del regime, ha bollato come “rivolte” fomentate da Israele.
Moderazione strategica e implicazioni della sua morte
Nonostante le sue posizioni intransigenti, Larijani viene considerato un sostenitore della ‘moderazione strategica‘ all’interno del Sistema, un conservatore capace di coniugare impegno ideologico e pragmatismo. La sua possibile eliminazione, secondo alcuni analisti, indebolirebbe il fronte nel regime più predisposto a una soluzione del conflitto e sposta il peso decisionale verso attori più oltranzisti, vicini a Mojtaba. Se la notizia verrà confermata, Larijani sarebbe stato ucciso nella ‘Notte del destino‘ (in arabo Laylat al-Qadr), una delle notti più sacre dell’Islam in cui il Corano fu rivelato a Maometto.



