AGI – Se oggi la lotta contro il cancro non si limita a un’azione chirurgica, non è più solo una questione di ‘tagliare via il male’ col bisturi, lo dobbiamo a un incredibile incidente di percorso avvenuto durante la Seconda guerra mondiale e a un medico geniale italiano, Gianni Bonadonna. A ricordarlo è il Collegio italiano dei primari di oncologia medica (Cipomo) che, in occasione del congresso nazionale, celebra i 50 anni della nascita dell’oncologia medica italiana.
Tutto ebbe inizio per puro caso il 2 dicembre 1943. La flotta alleata era ancorata nel porto di Bari quando la Luftwaffe tedesca scatenò un inferno di bombe. Tra le navi colpite c’era la John Harvey, che trasportava segretamente un carico di gas iprite (gas mostarda). L’esplosione rilasciò una nube tossica che investì soldati e civili. Ma fu nei giorni successivi che accadde l’imprevedibile: i medici notarono che i sopravvissuti presentavano un crollo drastico dei globuli bianchi (linfociti). I ricercatori americani Louis Goodman e Alfred Gilman, a Yale, ebbero un’intuizione geniale: se questo veleno uccide così efficacemente le cellule del sangue sane, può fare lo stesso con quelle impazzite dei tumori del sangue? Nacque così la mostarda azotata, il primo agente chemioterapico utilizzato nella storia dell’oncologia. Il cancro aveva finalmente un nemico invisibile quanto lui. Mentre negli Stati Uniti il National cancer institute (Nci) iniziava a testare i primi cocktail di farmaci, in Italia l’oncologia era ancora ferma alla chirurgia. È qui che entra in scena Gianni Bonadonna.
Gianni Bonadonna, il rivoluzionario americano di Milano
Non un medico qualunque, ma un ‘americano di Milano‘, formatosi negli Stati Uniti. Dopo la laurea in Medicina e Chirurgia ottenuta presso l’Università Statale di Milano nel 1959, Bonadonna si è perfezionato al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York, respirando l’aria della rivoluzione per un triennio tra il 1961 e il 1964. Al suo rientro in Italia è stato assunto all’Istituto Nazionale dei Tumori, dove ha svolto il resto della sua carriera. Tornato in Italia, portò con sé una mentalità radicale. Basta gerarchie polverose: il medico doveva essere uno scienziato che usava i dati, non solo l’istinto. E il tumore non è solo dove si vede, ma viaggia nel sangue.
La sfida al dogma della chirurgia e la terapia adiuvante
Negli anni ’70, Bonadonna (insieme a Veronesi) decise di sfidare il dogma della chirurgia nel tumore al seno. Gli americani stavano testando farmaci singoli, ma Bonadonna voleva di più. Prese tre farmaci diversi (il protocollo Cmf) e propose di usarli dopo che il chirurgo aveva tolto il tumore visibile. Molti colleghi erano scettici: perché avvelenare una donna che sembrava ‘guarita’ dall’operazione? Bonadonna dimostrò, dati alla mano, che quella ‘pulizia chimica’ (terapia adiuvante) abbatteva drasticamente il rischio che il cancro tornasse. È stata la scoperta che ha salvato milioni di donne in tutto il mondo. A Bonadonna, scomparso nel 2015 all’età di 81 anni, oltre al merito per aver modificato le terapie contro il cancro, con l’uso della chemioterapia audiuvante nel carcinoma mammario, gli viene riconosciuto anche quello di aver scoperto la cura contro il linfoma di Hodgkin.
Intuizioni e rigore scientifico per combattere il cancro
Se gli Stati Uniti hanno fornito la ‘materia prima’ (i farmaci nati dai laboratori bellici e di ricerca), Bonadonna ha fornito il metodo clinico. Ha trasformato l’Istituto nazionale dei tumori di Milano in un faro mondiale, collaborando costantemente con i giganti dell’oncologia americana. Oggi non usiamo più solo i ‘veleni’ nati dal gas mostarda, ma siamo passati a proiettili intelligenti. Tuttavia, ogni volta che un paziente assume una compressa o fa un’infusione per combattere un tumore, sta beneficiando di quel ponte ideale costruito tra le intuizioni nate per caso a Bari e il rigore scientifico di un medico che non ha avuto paura di sfidare il bisturi.



