sabato, Marzo 7, 2026
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Come la guerra con l’Iran cambia le carte sul tavolo Trump-Xi

AGI – La reazione della Cina all’attacco israelo-americano all’Iran è finora stata apparentemente timida e sotto tono. Il ministero degli Esteri di Pechino si è limitato ad annunciare la futura partenza nella regione di un diplomatico per mediare e a esprimere generica “preoccupazione”. “La Cina ha intensificato il suo lavoro di mediazione e invierà un inviato speciale in Medio Oriente“, aveva annunciato la portavoce Mao Ning in conferenza stampa, “la comunità internazionale dovrebbe lavorare insieme per promuovere la pace, fermare la guerra e salvaguardare la pace e la stabilità in Medio Oriente”. Al di là di questa succinta dichiarazione non si sa altro, né chi sia l’incaricato (al momento il ruolo di inviato per il Medio Oriente è ricoperto dal veterano Zhai Jun), né dove si recherà e quando.

Le ragioni di tanta cautela sono numerose. Una è sicuramente il desiderio del presidente Xi Jinping di non alzare la tensione con la controparte americana Donald Trump, atteso in Cina il mese prossimo per un cruciale bilaterale che, a questo punto, rischia di venire posticipato. La crescente assertività di Trump sullo scenario internazionale ha già privato il Dragone, tra Caracas e Teheran, di almeno un quinto delle sue importazioni di greggio. Se già questa è una carta pesantissima da giocare sul fronte bilaterale, il messaggio inviato dalla Casa Bianca a Pechino è di respiro ben più ampio: di superpotenza globale ce n’è ancora una sola, gli Stati Uniti.

I limiti delle ambizioni cinesi

La guerra all’Iran mette infatti a nudo due dei grandi limiti alle ambizioni cinesi. Il primo è l’incapacità di avere un peso politico in scenari estranei alla propria regione. Il secondo è la scarsa competitività che gli armamenti Made in China stanno rivelando sul mercato internazionale in confronto ai prodotti americani. Mantenere un profilo il più basso possibile consente quindi a Xi di arrivare al tavolo con Trump senza che tali vulnerabilità vengano messe ulteriormente in evidenza.

La riluttanza cinese a proiettare potenza militare

“La Cina è riluttante a proiettare potenza militare oltre i suoi dintorni immediati, né vuole giocare il ruolo di garante della sicurezza in regioni instabili come il Medio Oriente“, ha spiegato all’emittente canadese Global News l’analista William Yang dell’International Crisis Group. La scelta di non intervenire al di fuori del proprio cortile è quindi strategica, non, o non solo, forzata. Nondimeno, per contendere a Washington la guida del mondo occorrono ben altri presupposti. E non è il caso di ribadirlo al mondo.

La capacità limitata di Pechino

“Era prevedibile che la risposta della Cina sarebbe stata moderata, a sottolineare la sua capacità limitata di dar forma agli eventi una volta che il potere coercitivo si è messo in moto”, osserva invece Craig Singleton, senior China fellow della Foundation for Defense of Democracies, “Pechino può segnalare disagio ma, a ogni modo, non può frenare o influenzare in modo significativo l’azione militare statunitense e israeliana“. Questo tenersi in disparte quando entra in gioco il cosiddetto ‘hard power‘ sarebbe, secondo alcuni analisti, anche il riflesso dell’inadeguatezza che la produzione militare cinese continua a mostrare sui mercati, tema che non può non suscitare qualche inquietudine a Pechino davanti a una potenza tecnologica come il Giappone che abbandona la vocazione pacifista imposta dalla sconfitta bellica e si prepara al riarmo.

Il fallimento degli armamenti cinesi

Interessantissimo è l’articolo in materia pubblicato in questi giorni dal Times of India, dal titolo “Pakistan, Venezuela e ora Iran: perché le armi di fabbricazione cinese continuano a fallire”. “È un dato di fatto che gli armamenti di fabbricazione cinese, considerati più economici ma altrettanto efficaci delle alternative occidentali, hanno incassato una spettacolare disfatta nei recenti conflitti”, scrive la testata di Mumbai, “dall’India che ha smantellato le difese del Pakistan durante l’Operazione Sindoor al raid chirurgico americano che ha catturato Maduro in Venezuela, fino agli attacchi Usa-Israele che hanno polverizzato gli scudi iraniani, l’equipaggiamento di Pechino si è dimostrato inefficace. Quella che veniva pubblicizzata come ‘innovazione collaudata in battaglia’ ora puzza di ingegneria scadente, software debole e zero grinta bellica reale”.

Flop delle difese aeree e programma missilistico iraniano

Viene sottolineato in particolare il flop delle difese aeree venezuelane, “pubblicizzate con clamore ma prive di utilità, che non hanno registrato alcun intruso nonostante un investimento di 2 miliardi di dollari in equipaggiamento cinese“. Su tecnologie cinesi è basato inoltre il programma missilistico iraniano, che finora non sembra aver impensierito troppo la contraerea israeliana. E i problemi delle forze armate cinesi non si fermerebbero certo qui, data la nuova campagna di purghe avviata nel 2023 da Xi che, secondo un recente rapporto del Center for Strategic and International Studies, ha sferrato un colpo durissimo all’efficacia operativa dell’Esercito Popolare di Liberazione, che, è sempre bene ricordarlo, non ha ancora dato concreta prova di sé sul campo.

La priorità dei rapporti con gli Stati Uniti

Per più di un analista, come George Chen di ‘The Asia Group’, la ragione principale dell’atteggiamento cinese resta comunque la volontà di Xi di evitare un nuovo scontro con Trump, dopo la guerra dei dazi, a un mese dall’incontro. Perché i rapporti con gli Usa, sono per Pechino, molto più importanti di quelli con l’Iran. “Per Trump e Xi le relazioni tra Usa e Cina sono già abbastanza complicate da gestire”, ha dichiarato Chen a Firstpost, “nessuna delle due parti ha voglia di aggiungere l’Iran al pacchetto”. Sempre che Pechino non rimandi la visita del presidente americano, ipotesi che Chen ritiene sempre più probabile.

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