mercoledì, Aprile 1, 2026
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Cooperazione rafforzata o modifica dei trattati: come l’Ue può uscire dalla trappola dei veti

AGI – Il veto di Viktor Orban sul prestito europeo da 90 miliardi per l’Ucraina, oltre che sul ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, è solo l’ultimo capitolo di una serie di blocchi imposti dall’Ungheria – e talvolta anche da altri Paesi del gruppo di Visegrad – nei confronti delle decisioni europee, soprattutto in materia di politica estera, hanno riacceso il dibattito in Europa sulla modifica dell’unanimità. Dalla cooperazione rafforzata, alla modifica dei trattati, fino all’estensione delle maggioranze qualificate, abbiamo provato a capire come è possibile uscire dall’impasse, con Niels Kirst, professore di diritto europeo e diritto istituzionale Ue presso la Dublin City University.

Negli ultimi anni l’uso di veti in Ue, specialmente in politica estera, è stato sempre più frequente. Perché?

Abbiamo visto sempre più veti in politica estera soprattutto a partire dall’aggressione russa all’Ucraina, spesso alcuni Stati membri hanno cercato di usare il veto sui pacchetti di sanzioni verso la Russia. È molto difficile per l’Ue agire come un attore unitario di politica estera quando allo stesso tempo c’è la minaccia che uno o due Stati membri pongano il veto alle azioni di politica estera. Questo fa apparire l’Ue molto debole, e permette ad altri attori, come gli Stati Uniti, la Cina e la Russia, di sfruttare queste debolezze per cercare di dividere l’Ue.

È possibile estendere l’uso della maggioranza qualificata anche a questioni di politica estera?

Ci sono due percorsi. Uno sarebbe un nuovo trattato, ma è molto improbabile nei prossimi anni, anche perché richiederebbe anche l’unanimità. Ed è un processo molto lungo. Dal trattato di Lisbona del 2007 c’è stata una stagnazione della riforma dei trattati. C’è anche un’altra possibilità, la cosiddetta clausola passerella, che permette che alcune aree politiche possano essere spostate dall’unanimità alla maggioranza qualificata. Ma per attivare questa clausola passerella c’è bisogno dell’unanimità. E al momento alcuni Stati membri non sono realmente interessati a rinunciare al loro veto perché è molto prezioso.

La Commissione ha proposto negli ultimi mesi un uso più frequente della cooperazione rafforzata. È un meccanismo che vedremo sempre più spesso in futuro?

Sì. Nove Stati membri insieme possono andare avanti su una questione politica specifica, ed è stata spesso impiegata con successo, anche per la cooperazione nella difesa (Pesco). In quel caso, Ursula von der Leyen era ministra della Difesa della Germania, e ha spinto per la cooperazione rafforzata, sembra sia una fan di questo meccanismo. Non è l’ideale perché rischia una frammentazione dell’Europa, ma è comunque meglio della paralisi. Spesso se un piccolo gruppo dimostra che una politica è molto vantaggiosa, altri Stati si uniscono in seguito.

 Il gruppo dei Sei (Germania, Francia, Italia, Polonia, Spagna e Paesi Bassi), sempre più coordinati su alcune questioni relative al mercato interno, è il nucleo di un’Europa a due velocità?

C’è sicuramente un gruppo disposto ad andare avanti con il mercato interno. In politica estera, è una questione diversa: lì il gruppo è diviso, e non li vedo andare avanti insieme. Ma sul mercato interno sarebbe molto prezioso. L’Europa a due velocità è stata molto criticata ma attualmente, dato che alcuni Stati membri non hanno interesse ad andare avanti con le riforme, posso capire perché quegli Stati membri siano infastiditi e vogliano andare avanti.

Con gli Stati membri meno cooperativi, c’è qualche strumento per intervenire? 

L’Ue sta usando sempre più lo strumento della condizionalità finanziaria per spingere gli Stati membri in una direzione specifica. Attualmente l’Ungheria è soggetta al regolamento sulla condizionalità, e ha già perso parecchi fondi. L’idea è che gli Stati membri devono proteggere e salvaguardare i valori europei per ricevere i fondi dall’Ue. Sebbene non sia la soluzione più “educata”, funziona.

C’è la possibilità di andare avanti con la procedura articolo 7 verso l’Ungheria o altri Stati membri nel caso la situazione peggiori? 

L’articolo 7 è stato introdotto con il trattato di Amsterdam per proteggere i valori europei. L’ex presidente della Commissione Barroso lo ha definito l’arma nucleare del diritto europeo. Ma si è rivelata una tigre di carta. È stato usato contro l’Ungheria, contro la Polonia, ma non è mai andato oltre il primo passo perché per determinare che ci sono rischi per i valori dell’Ue, c’è bisogno di una maggioranza di 4/5 degli Stati, che non è mai stata raggiunta. E per privare uno Stato dei suoi diritti di voto in Consiglio c’è bisogno dell’unanimità. L’Ungheria ha sempre avuto alleati come la Slovacchia, la Repubblica Ceca, la Polonia. Quando è stato progettato, era inconcepibile che più di uno Stato avrebbe violato i valori fondamentali dell’Ue. Ma ora almeno 2 o 3 Stati lo fanno e poiché si proteggono a vicenda, non subiscono conseguenze.

Il Presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha affermato che l’Ungheria, bloccando il prestito per l’Ucraina, sta violando il principio di leale cooperazione. Cosa può fare l’Ue?

Il Presidente del Consiglio europeo António Costa ha affermato che l’Ungheria, bloccando il prestito per l’Ucraina, sta violando il principio di leale cooperazione. Cosa può fare l’Ue? La Commissione potrebbe avviare una procedura di infrazione e portare l’Ungheria davanti alla Corte di giustizia. Ma richiederebbe probabilmente un paio d’anni. Per allora i soldi potrebbero non essere più necessari perché l’Ucraina sarebbe già stata sopraffatta dai russi. Per la politica estera, le procedure di infrazione in Corte di giustizia non sono lo strumento giusto perché sono troppo lente per forzare uno Stato membro. Sono d’accordo con la valutazione di Costa, ma se non hai strumenti per farlo realmente rispettare, allora vale tanto quanto la carta su cui è scritto.

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