giovedì, Aprile 23, 2026
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Cosa cambia per l’Ucraina (e l’Europa) con la vittoria di Magyar in Ungheria

AGI – La vittoria elettorale di Péter Magyar in Ungheria – frutto di elezioni “sorprendentemente trasparenti e libere” – potrà “alterare completamente gli equilibri della guerra” in Ucraina, con una riduzione in Europa dello spazio politico per le posizioni filorusse e il rafforzamento di una linea più compatta nel sostegno a Kiev. Questa la tesi esposta dal professor Federigo Argentieri, Direttore del Guarini Institute for Public Affairs, alla tavola rotonda “War in Ukraine After Four Years”, tenutasi lo scorso 15 aprile presso la John Cabot University, a Roma.

Esperto di Europa centro-orientale e autore di volumi come “Il proletariato contro la dittatura. Protagonisti e interpreti del 1956 ungherese”, Argentieri ritiene che la fine, dopo 16 anni di potere, dell’era Orbán è “un risultato che comporterà effetti molto benefici per l’Ucraina e lascia il presidente russo, Vladimir Putin, senza un grande alleato”. Abbiamo approfondito con lui gli scenari aperti da una svolta politica destinata ad avere importanti ripercussioni ben oltre i confini magiari.

Professor Argentieri, avete affermato che la vittoria di Magyar avrà l’effetto di “alterare completamente” gli equilibri della guerra in Ucraina. Questa elezione avrà un impatto così importante? La campagna elettorale è stata chiara. Magyar ha respinto e respinge la politica del suo predecessore nei confronti non solo dell’Ucraina ma anche della Russia, degli Usa, dell’Ue, della Nato et cetera. Anche se non è tutto oro quel che riluce, dovremmo trovarci di fronte a una svolta.

Magyar si dichiara conservatore e non so quale sia la sua opinione, ad esempio, sui matrimoni tra persone dello stesso sesso; quindi su questioni come i diritti civili le politiche potrebbero, per certi aspetti, essere simili a quelle di Orbán. Sulle grandi questioni internazionali, invece, un cambiamento ci sarà, non spettacolare ma ci sarà. L’Ungheria rientrerà nell’alveo delle nazioni ‘concordi’ in una fase difficile della politica internazionale.

Si è scritto molto di quanto gli elettori abbiano punito Orbán per la corruzione e l’inflazione rampanti. Durante i festeggiamenti per la vittoria di Magyar, nelle strade di Budapest, ha però risuonato anche lo slogan “Ruszkik haza”, ovvero “russi a casa”. Orbán ha perso anche per aver portato troppo in là la svolta filorussa? Quanto pesa ancora la repressione sovietica della rivolta del 1956 nella memoria collettiva della nazione?

Il sentimento ungherese nei confronti dei moti del 1956 è potente, i giovani sotto i 30 anni sono stati scolarizzati in uno spirito di apprezzamento per la rivoluzione di Budapest e quando sono scesi in strada gridavano ‘Ruszkik haza’ con convinzione all’unisono con i più vecchi, nati in epoca comunista, che a loro volta apprezzano quello che avevano fatto i loro padri, che nel ’56 avevano 15 o 20 anni: “i ragazzi di Buda e di Pest” di quella bella canzone di Pingitore, che non a caso è diventata popolare in Ungheria durante il ‘regno’ di Orbán. La nuova generazione scesa in piazza durante la campagna elettorale è pienamente imbevuta di sentimenti positivi nei confronti degli ideali della rivoluzione ungherese: l’indipendenza, l’agganciamento all’Europa e, soprattutto, ‘i russi a casa’.

Questi, in origine, erano stati anche gli ideali di Orbán. Quali sono state le ragioni che hanno portato il primo ministro uscente a schierarsi in modo sempre più netto con Mosca? E i sentimenti antirussi della popolazione sono tornati a crescere proprio in virtù di ciò?

Nel ventennio in cui la Russia era un Paese quasi normale, dal 1988 al 2008, i rapporti si erano molto distesi non solo con l’Ungheria ma anche con la Polonia, la Repubblica Ceca, tutti questi Paesi vittime di invasioni o intrusioni indebite. C’erano state le scuse di Boris Eltsin che erano state accettate e che Putin non aveva rinnegato. Poi a partire dal 2008, anche per errori gravi commessi dai Paesi occidentali, in particolare gli Usa, la situazione è cambiata e Putin ha dato la stura a una politica neoimperialista e neosovietica di cui ha fatto le spese l’Ucraina.

Il motivo per cui l’Ungheria con Orbán si è schierata con la Russia è molto semplice. Il capo della FiDeSz aveva ambizioni territoriali nei confronti dell’Ucraina, in particolare la parte occidentale a sud di Leopoli, che apparteneva al regno d’Ungheria in epoca rinascimentale. Orbán puntava a recuperarla sperando in una rapida sconfitta dell’Ucraina che avrebbe portato a uno smembramento del Paese, non essendo la Russia interessata a tutto il suo territorio ma solo al Sud-Est. Questo è un fatto non molto noto, mentre tutti sanno invece come il voltafaccia nei confronti dell’occidente, nel novembre 2009, derivasse da un ricatto russo. Un Orbán che ancora nell’agosto 2008 condannava con durezza l’invasione parziale della Georgia poco più di un anno dopo avrebbe smesso di criticare la Russia per poi, a partire dal 2014, appoggiare tutte le sue iniziative. Sembra che durante quell’incontro riservato tra Putin, all’epoca premier, e Orbán, allora semplice deputato e capo dell’opposizione, fosse stato sventolato un foglietto compromettente e che Orbán decidesse che non era il caso di avere guai.

L’unico leader europeo filorusso rimane lo slovacco Robert Fico, che non ha però il peso politico di un Orbán, in grado di raccogliere attorno a sé un nuovo gruppo all’Europarlamento. Sono giustificati i timori di chi ritiene che l’elezione di Rumen Radev in Bulgaria possa far sorgere un nuovo asse filorusso in Europa, costituito stavolta da Bratislava e Sofia?

Non credo che Bulgaria e Slovacchia costituiranno un nuovo fronte del no. Penso che saranno un duo più malleabile di quello costituito da Orbán e Fico. La Bulgaria non ha l’assertività dell’Ungheria né il nuovo premier bulgaro si pone come nuovo Orbán. In Bulgaria c’è la preoccupazione di far atterrare l’euro nel modo migliore, il desiderio di rimanere collegati con le economie più potenti, il desiderio di uno sviluppo che possa frenare l’emorragia di cervelli e il desiderio di utilizzare i fondi europei per aumentare i posti di lavoro. In Bulgaria c’è un problema serio di disoccupazione e di insoddisfazione per le condizioni di vita e loro pensano di risolverlo aderendo a tutti i dettami europei.

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