AGI – Martedì 11 aprile 2006, dopo uno spoglio lungo, lento e che poi sarebbe stato persino oggetto di sospetti (risultati infondati) su presunti tentativi di brogli, cominciava a profilarsi la vittoria del centrosinistra alle elezioni politiche di domenica e lunedì, 9 e 10 aprile 2006. Improvvisa, nella mattinata di quel giorno di vent’anni fa, irruppe la notizia – del tutto inaspettata – della cattura di Bernardo Provenzano, ‘zu Binnu’ (zio Bernardo)
Morto, secondo qualcuno. Fuori dai giochi, secondo altri analisti. Fuggito all’estero, stando ad altre congetture. Invece Provenzano era là, vivo, vegeto e pienamente operativo. Fu trovato in un casolare di Montagna dei Cavalli, al suo paese, Corleone (Palermo) mentre, carattere dopo carattere, stava compilando uno dei suoi famosi pizzini, con la macchina da scrivere con cui erano stati dettati migliaia di ordini, raccomandazioni, apparenti preghiere, benedizioni. In quel rifugio, apparentemente di fortuna ma in realtà attrezzatissimo, “c’era un forte odore di cipolle, ma anche tutto quello che ci aspettavamo di trovare nel covo di Bernardo Provenzano: i pizzini, la macchina da scrivere, la ricotta, la cicoria”. Il ricordo del pm Marzia Sabella è nitido: lei era l’unica donna di un gruppo di soli uomini, coordinato dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e di cui faceva parte l’altro sostituto Michele Prestipino.
Il blitz dello Sco e l’arresto di Renato Cortese
I poliziotti erano quelli dello Sco, il Servizio centrale operativo di cui Renato Cortese era il capo, con altri della Squadra mobile di Palermo. E proprio Cortese fu l’uomo che arrestò materialmente Provenzano. “Ci chiamò – ricorda Sabella – dal suo punto di osservazione. Avevano visto una mano protendersi dall’interno del casolare, chiese il permesso di fare irruzione. Ci riunimmo nell’ufficio di Pignatone, dopo esserci chiamati con i soliti messaggi ermetici e criptici, ‘sali’, ‘vieni’, ‘ti aspetto’. Per timore delle talpe, infatti, non parlavamo mai al telefono, spegnevamo i cellulari quando eravamo insieme”. Quei minuti di interminabile tensione, la paura di sbagliare ancora, di rovinare un’indagine che sembrava proprio arrivata al suo culmine.
Il via libera di Pignatone e la cattura definitiva
“A un certo punto Pignatone, che era il più alto in grado di noi, in un ufficio senza capo, dato che Piero Grasso era andato a dirigere la Dna, ruppe gli indugi e diede il via: ‘Entrate’. Ricordo la tensione di quei momenti, quando poi il telefono rimase a lungo muto. Tememmo che fosse andata male anche quella volta, anche se eravamo intimamente convinti di avere azzeccato tutto, dopo quell’indagine. A un tratto arrivò la chiamata, ‘preso, preso‘, disse Cortese. E quasi non ci credevo. ‘Marzia, fidati!’, mi rimproverò lui”. Sabella, sorella dell’ex pm di Palermo Alfonso, anche lui cacciatore di latitanti, ricorda i complimenti dei colleghi delle altre “anime” della Procura: “All’epoca c’erano le bande armate, in ufficio, ma tutti vennero a congratularsi con sincerità”.
Un’indagine pura senza dietrologie o servizi segreti
Nessuna dietrologia dietro quella cattura: “Fu un’indagine pura, né Servizi né covi non perquisiti. Andai io stessa, con Prestipino, a fare la perquisizione e ricordo quel forte odore di cipolle che c’era dentro, i sacchi neri della spazzatura per oscurare le finestre e non far filtrare all’esterno la luce accesa dentro, i santini, le immaginette sacre, i pizzini catalogati e messi là da un capo che era operativo al massimo e non si aspettava affatto di essere preso”.
Il confronto tra Provenzano e Matteo Messina Denaro
L’ex pm, oggi consulente della commissione parlamentare per il rischio sismico e idrogeologico, fa un parallelo con Matteo Messina Denaro, al quale nel 2023, quasi diciassette anni dopo Provenzano, furono trovati un’auto fiammante e rombante, cellulari, chat con donne, abiti di lusso e una palestra personale: “Nulla di tutto questo da Provenzano, ma erano tipi del tutto diversi. Anche capi diversi – argomenta Marzia Sabella -. Carismatico Messina Denaro, ma non il capo di tutti i mandamenti: del Trapanese sì, non di Palermo. Provenzano invece era riconosciuto da tutti, era l’ultimo corleonese anche di nascita, l’ultimo dei patriarchi e, anche se non aveva il potere di Totò Riina ed era costretto a mediare, per governare, dettava ordini, era ascoltato“.
La crisi di Cosa nostra e la ‘camorrizzazione’ della mafia
Ai mafiosi ora manca un capo, hanno cercato più volte di trovarne uno, di ricostituire l’organo di governo, la commissione provinciale di Cosa nostra, senza però mai riuscirci, grazie alle indagini che li hanno fermati prima che ce la facessero”. L’ultimo latitante di lungo corso della mafia siciliana è Giovanni Motisi, palermitano: “Ma di lui non si sente nulla o quasi, non ci sono indagini in cui emerge la sua figura come capo operativo o punto di riferimento”. E così, dopo Riina, Provenzano e Messina Denaro, c’è una nuova organizzazione che tende a “camorrizzarsi – conclude Marzia Sabella – nel senso che spara, ama una certa musica neomelodica, è violenta e traffica in stupefacenti per fare tanti soldi, visto che ormai il pizzo è diventato a rischio, per la ribellione dei commercianti, mentre gli appalti grossi sono pochi e non tutti gli imprenditori sono disposti a rischiare indagini e condanne”.



