martedì, Luglio 16, 2024
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Dalla nuova alla vecchia Guerra Fredda, la Nato a Washington festeggia 75 anni

AGI – La Nato compie 75 anni e li celebra al vertice di Washington, la stessa città dove il 4 aprile 1949 le dodici nazioni fondatrici firmarono il trattato che segnò la nascita dell’Alleanza Atlantica. Allora il club comprendeva Stati Uniti, Gran Bretagna, Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi e Portogallo. L’obiettivo era scongiurare che l’Unione Sovietica si allargasse, anche in semplici termini di influenza politica, oltre i territori conquistati durante l’avanzata dell’Armata Rossa verso Berlino. O, per citare la celebre formula di Lord Ismay, primo segretario generale del blocco, “tenere l’Unione Sovietica fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto”. Già perché, se non si poteva mantenere l’ex Reich nello stato di estrema prostrazione che ne caratterizzò il dopoguerra (il Piano Marshall era stato lanciato due anni prima), non si poteva nemmeno permettere che rimettesse su per la terza volta un esercito in grado di terrorizzare l’intero continente.

 

La Germania dell’Ovest sarebbe entrata nell’alleanza nel 1955, stavolta nel ruolo di leale alleato dell’America. Tre anni prima erano entrate Turchia e Grecia, giacché il loro ingresso contemporaneo era il modo più sicuro per scongiurare che si facessero la guerra tra loro, destabilizzando un quadrante importantissimo del nuovo “risiko” delle potenze mondiali. Giocare il ruolo dell’eversore sarebbe toccato alla Francia che, dotatasi di un proprio arsenale nucleare e con legami storici con gli Usa assai meno robusti degli inglesi, nel 1966, con Charles De Gaulle ancora al comando, decise di abbandonare il comando militare congiunto. In nome di quell’autonomia strategica dall’alleato americano che l’Esagono ha sempre rivendicato, il quartier generale della Nato fu cosi’ costretto a traslocare da Parigi a Bruxelles, dove si trova ancora oggi.

La marcia indietro sarebbe arrivata solo nel 2009, con Nicolas Sarkozy all’Eliseo. Nel frattempo per la Nato si era aperta una nuova era. La fine della Guerra Fredda aveva portato l’alleanza a un costante allargamento a Est che aveva coinvolto, tra gli altri, Polonia e Paesi Baltici. La sanguinosa dissoluzione della Jugoslavia aveva innescato i primi due interventi militari della storia dell’organizzazione: in Bosnia a metà anni ’90 e in Kosovo nel ’99, con 77 giorni di raid aerei sulla Serbia. Un quarto di secolo dopo, le forze della Nato sono ancora presenti nei Balcani, dove le ferite lasciate dai conflitti, in particolare quello tra serbi e albanesi, non si sono mai rimarginate del tutto.

 

Era stato inoltre invocato, per la prima e per ora ultima volta, quell’Articolo 5 che è il fondamento dell’alleanza: il principio secondo il quale se un membro viene attaccato tutti gli altri sarebbero intervenuti in suo soccorso. L’occasione furono gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, con il coinvolgimento della Nato nell’operazione in Afghanistan. Si trattò quindi di una dimostrazione di solidarietà nei confronti del Paese alla guida di un’alleanza che, ora priva dello storico avversario, era in cerca di una nuova ragione di essere.

 

Per il ritorno all’antico non si sarebbe dovuto aspettare troppo. Già nel 2014 l’annessione della Crimea aveva spinto i membri dell’organizzazione a fissare l’obiettivo del 2% del Pil in spesa per la difesa, obiettivo che, dopo l’invasione dell’Ucraina, sarebbe diventato un requisito minimo, non ancora rispettato da tutti. C’è della tragica ironia nel constatare come l’aggressione di Mosca ai danni di Kiev abbia ricompattato, se non resuscitato, un’alleanza che nel 2019 il presidente francese, Emmanuel Macron, aveva definito in stato di “morte cerebrale” e oggi comprende 32 nazioni, con il recente ingresso di Svezia e Finlandia, vistesi costrette ad abbandonare una lunga tradizione di neutralità. Sempre Macron, dopo l’ingresso dei carri armati russi nel territorio ucraino, avrebbe commentato che l’alleanza era stata destata dal “peggiore degli elettroshock”. Del resto, insegnava Carl Schmitt, per sapere chi sei devi sapere prima di tutto chi è il tuo nemico.

 

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