AGI – Anche il “padre” del monachesimo europeo, san Benedetto da Norcia, è stato vittima di attentati. Due per la precisione, entrambi avvenuti in un monastero precipitato in quegli anni nelle atmosfere del film “Il nome della rosa”. Crimini all’ombra della croce.
Benedetto è stato un gigante della fede: “patrono principale dell’intera Europa” (come lo ha definito papa Paolo VI il 24 ottobre 1964), fondatore dell’Ordine dei benedettini e dell’abbazia di Montecassino, in provincia di Frosinone, uno dei tesori del Lazio nascosto dalla grande bellezza di Roma.
L’odio contro il monaco e la macchina del fango
Il male, però, non fa distinzioni. Ambedue i disegni mortali sono stati pianificati, eseguiti e falliti. L’odio contro il monaco (dal greco “mónakhos”, uomo solo) ha continuato a ordire trame e a rodere gli animi di presunti “uomini pii”. Chi non sopportava quel giovane con la reputazione già del sant’uomo pensava a metodi più morbidi per ridurlo al silenzio. Non eliminarlo fisicamente ma distruggerne la fama: screditarlo, isolarlo e quindi scaraventarlo nell’oblio. Scena del delitto: di nuovo la Comunità religiosa dove Benedetto viveva. Congiurati: sempre suoi “colleghi”. Confratelli serpenti. Il piano sembrava perfetto, ma è sfumato anche stavolta. Chiaramente, secondo la tradizione cristiana sia il flop dei ripetuti tentati omicidi sia la rottura della macchina del fango sono stati miracoli del santo. I testi che raccontano quello che successe davvero sono diversi, più o meno dettagliati. Prima, però, un passo indietro.
Dalla nascita in umbria all’arrivo a montecassino
Tutto comincia in Umbria. Tra il 490-480 nella città di Nursia (l’antica Norcia) nascono Benedetto e sua sorella gemella, Scolastica. “I suoi genitori benestanti – sintetizzava papa Ratzinger all’udienza generale nell’aprile 2008, che come nome pontificale aveva scelto proprio quello di Benedetto XVI – lo mandarono per la sua formazione negli studi a Roma. Egli però non si fermò a lungo nella Città eterna… era disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni”. Sul resto il capo della Chiesa aveva sorvolato. Dopo Roma – continuava il santo padre – il ragazzo umbro prima va ad Affile (in linea d’aria a quasi 49 chilometri di distanza) vivendo per tre anni in una grotta (oggi il Sacro Speco). Poi – riassumeva ancora Ratzinger – nell’anno 529 lasciava “Subiaco (lì vicino, ndr) per stabilirsi a Montecassino”, dove si trova la celebre abbazia benedettina, nei secoli distrutta e ritirata su quattro volte (negli anni 577, 883, 1349 e 1944). Sulle vicende oscure nel monastero Benedetto XVI si era limitato a dire solo che “alcuni hanno spiegato questo trasferimento come una fuga davanti agli intrighi di un invidioso ecclesiastico locale”.
Il vino avvelenato e il corvo salvatore
Invece, chi racconta qualcosa in più è per esempio padre Adalbert de Vogüé, benedettino e studioso del monachesimo. Nel suo libro “San Benedetto l’uomo di Dio” (Edizioni San Paolo) descrive gli albori di quell’odio. Tra gli abitanti della zona sublacense, nel Lazio, si era sparsa la voce che quell’eremita fosse un santo. Per cui, “essendo scomparso il loro superiore – spiega l’autore – vennero a chiedere al monaco di sostituirlo”, di diventare l’abate. I manuali di storia ipotizzano si trattasse del monastero di Vicovaro, sull’Aniene, trenta chilometri a valle di Subiaco. Per Benedetto fu un notevole salto di carriera, ma anche l’inizio dei piani che lo volevano morto. “Il nuovo superiore – aggiunge de Vogüé – portò a Vicovaro un rigore ascetico”. E non a tutti stava bene. “Arrivò il giorno – incalza l’autore – in cui i suoi religiosi vollero sbarazzarsi di lui e gli servirono nel refettorio del vino avvelenato. Lo salvò un miracolo: quando tracciò, come d’uso, il segno di croce sulla brocca, questa si ruppe”. “La circostanza – seguita la medioevalista Anna Gualdi nel testo ‘Benedetto’, il Mulino – lo spinse a creare dodici monasteri e un tredicesimo per sé”. Ma non è finita. “Un presbitero di una chiesa vicina, identificata con quella di S. Lorenzo – prosegue la storica – era mosso da sentimenti di invidia verso il santo. Prima di tutto tenta di ucciderlo con del pane avvelenato, ma il santo scopre il suo intento e ordina a un corvo di buttarlo dove nessuno potesse trovarlo”. E ancora. “Fiorenzo – ricostruisce Gualdi – non rinuncia ai suoi intenti malvagi e fa entrare nel giardino del monastero di Benedetto sette fanciulle nude”. Insomma, in un modo o nell’altro l’abate andava tolto di mezzo.
L’eredità di san benedetto e la regola
La frattura però diventa definitiva. “Con i suoi monaci fedeli e tre corvi guida – riporta l’abbazia cassinese – Benedetto arriva a Cassino”. Quello che è successo dopo ha fatto storia. La tradizione riporta che il monaco ha costruito il complesso monastico (nel 529), fondato l’Ordine benedettino (stesso anno) e scritto la Regola (534) presa a modello dal regno carolingio di Ludovico il Pio, la quale “cementò l’unità spirituale” nella Casa europea (Lettera apostolica di Paolo VI dell’ottobre 1964) salvandone la cultura. La parte “violenta” della vita di san Benedetto non è l’unica che si rintracci nelle biografie di altri giganti della fede. Tinte scure dell’animo umano hanno imbrattato perfino l’inizio dei tempi. Esemplare la vicenda biblica in cui furono coinvolti i figli di Adamo ed Eva: Caino assassino di Abele; primo omicidio della Storia. Nel tempo la lista dei delitti di ecclesiastici si è allungata con una sfilza di attentati a pontefici, circa una dozzina (ma non sono a loro). Vittime eccellenti e recenti di omicidi mancati sono state Paolo VI e Giovanni Paolo II. Il 27 novembre 1970, nelle Filippine a Manila papa Montini è stato aggredito da un pittore boliviano armato di coltello che lo ha ferito a collo e petto. Il 13 maggio 1981, a Roma in piazza San Pietro il santo padre Wojtyla è stato raggiunto da alcuni colpi di pistola sparati da un terrorista turco. Crimini all’ombra della croce.



