giovedì, Luglio 9, 2026
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Depressione, così i biomarcatori possono guidare la scelta dei farmaci

AGI – Utilizzare biomarcatori biologici e comportamentali per scegliere fin dall’inizio il farmaco antidepressivo più adatto potrebbe aumentare di quasi il 67% la probabilità di risposta alla terapia rispetto ai pazienti che non presentano profili biologici favorevoli. È il risultato di uno studio coordinato da Diego A. Pizzagalli, della University of California, Irvine, in collaborazione con il McLean Hospital-Mass General Brigham, pubblicato sulla rivista Nature Mental Health, che apre la strada a un approccio di medicina di precisione nella cura della depressione maggiore, superando il tradizionale metodo per tentativi che oggi caratterizza gran parte delle prescrizioni.

Per decenni il trattamento della depressione si è basato infatti su una lunga sequenza di prove con diversi antidepressivi, nella speranza di individuare quello efficace per il singolo paziente. Questo processo può richiedere mesi, durante i quali i sintomi persistono o peggiorano, aumentando anche il rischio suicidario. Lo studio suggerisce invece che informazioni oggettive ricavate dal cervello e dal comportamento possano aiutare i clinici a scegliere fin dall’inizio il trattamento più appropriato.

Verso una medicina di precisione

“La terapia della depressione continua ad affidarsi troppo spesso al metodo del tentativo ed errore”, spiega Diego A. Pizzagalli, direttore fondatore del Noel Drury Institute for Translational Depression Discoveries della University of California, Irvine. “I pazienti possono trascorrere mesi passando da un farmaco all’altro prima di trovare quello efficace, mentre i sintomi peggiorano e aumenta il rischio di suicidio. I nostri risultati suggeriscono che la psichiatria possa avvicinarsi alla medicina di precisione, nella quale dati biologici e comportamentali oggettivi guidano fin dall’inizio le decisioni terapeutiche”.

La depressione maggiore colpisce centinaia di milioni di persone nel mondo, ma solo il 30-50% dei pazienti risponde al primo trattamento antidepressivo. Anche quando una terapia si dimostra efficace, sono spesso necessarie settimane o mesi prima che compaiano benefici clinici.

Come è stato condotto lo studio

Per affrontare questo problema i ricercatori hanno utilizzato i dati dello studio EMBARC, sviluppando algoritmi predittivi basati su imaging cerebrale, test cognitivi e caratteristiche cliniche dei pazienti.

I modelli integravano informazioni ottenute con risonanza magnetica funzionale sulla connettività cerebrale, misure della sensibilità alla ricompensa, controllo cognitivo, gravità della depressione, tratti di personalità e perfino situazione occupazionale.

Successivamente questi algoritmi sono stati utilizzati per assegnare ai partecipanti uno dei due antidepressivi più prescritti al mondo: sertralina o bupropione. Prima della terapia ogni paziente è stato sottoposto a risonanza magnetica funzionale, valutazioni cognitive e visita psichiatrica.

I risultati

Il risultato più significativo è emerso analizzando il profilo complessivo dei biomarcatori. I pazienti che presentavano biomarcatori favorevoli per almeno uno dei due farmaci hanno mostrato tassi di risposta molto più elevati rispetto a quelli privi di indicatori positivi.

Nei soggetti con biomarcatori favorevoli per entrambi gli antidepressivi il tasso di risposta ha raggiunto il 71,4%, contro il 42,8% osservato nei pazienti senza biomarcatori favorevoli, con un incremento relativo di circa il 67%.

Lo studio non ha invece evidenziato differenze statisticamente significative tra i pazienti trattati con il farmaco perfettamente corrispondente al proprio profilo biologico e quelli che hanno ricevuto intenzionalmente il trattamento non corrispondente, probabilmente a causa del numero limitato di partecipanti. Tuttavia, secondo gli autori, il quadro complessivo conferma che specifiche firme biologiche possono identificare chi ha maggiori probabilità di beneficiare degli antidepressivi convenzionali.

Le prospettive

“Questo risultato rafforza l’idea che la depressione non sia una malattia uniforme”, osserva Pizzagalli. “Differenti meccanismi biologici contribuiscono ai sintomi in persone diverse. Comprendere queste differenze potrebbe consentire in futuro di personalizzare molto meglio i trattamenti”.

Le possibili applicazioni vanno oltre la semplice scelta del farmaco. Un approccio guidato dai biomarcatori potrebbe infatti individuare precocemente i pazienti destinati a non rispondere agli antidepressivi tradizionali, orientandoli più rapidamente verso psicoterapia, tecniche di stimolazione cerebrale o trattamenti a base di ketamina.

Gli autori sottolineano tuttavia che la tecnologia non è ancora pronta per l’uso clinico routinario. Lo studio ha coinvolto meno di cinquanta pazienti nelle analisi finali e alcuni biomarcatori si basano ancora sulla risonanza magnetica funzionale, una metodica costosa e difficilmente applicabile su larga scala. I risultati rappresentano comunque una delle prime dimostrazioni concrete della possibilità di introdurre la medicina di precisione anche nella psichiatria, seguendo un percorso già consolidato in discipline come oncologia e cardiologia.

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