AGI – Dieci anni senza David Bowie. Ricorre domani l’anniversario della scomparsa del “Camaleonte“, uno degli artisti più poliedrici e audaci della sua generazione, scomparso a 69 anni nel 2016. David Robert Jones – questo il suo vero nome – era nato a Brixton, un quartiere popolare nel sud di Londra, e fin da piccolo aveva dimostrato inclinazioni artistiche senza pari. A dieci anni cantava e ballava ed era un fan della musica americana.
A quindici anni formò la sua prima band, i Konrads, e nel corso della sua carriera ha fondato non meno di altri cinque gruppi, sempre alla ricerca di nuove strade. Innumerevoli sue canzoni sono entrate a far parte della memoria collettiva di diverse generazioni, ma nessuna lo definisce meglio di “Changes” (1971, dall’album “Hunky Dory”). “Changes… Turn around and face the strange. I don’t want to be richer, I just want to be a different man”, cantava un Bowie dai lunghi capelli biondi. Nella sua vita è stato un dandy in abito bianco, una bambola di lattice ipersessualizzata, un personaggio androgino e ambiguo, un pirata con la benda sull’occhio, un viaggiatore spaziale, un clown. Sempre comunque in anticipo su tutte le tendenze. Uno dei suoi tanti soprannomi è stato “king of glam“, ovvero un imperatore del glamour cui in tanti si sono ispirati.
Si dice che Bowie fosse capace di passare più tempo in camerino a truccarsi per un concerto che a cantare sul palco. Ma se l’immagine è sempre stata un’ossessione, è nella sua musica che Bowie sopravviverà, con una serie di album e canzoni creati negli anni Settanta e Ottanta che hanno plasmato la musica contemporanea: ‘Changes’, ‘Starman’, ‘Heroes’, ‘Modern Love’, ‘Ziggy Stardust’, ‘China Girl’, ‘Under Pressure’: una lista che potrebbe facilmente includere decine di altri titoli.
Le collaborazioni memorabili
Non c’è stato un artista contemporaneo che non lo abbia cercato per duetti indimenticabili: Mick Jagger, John Lennon, Tina Turner, Bing Crosby, Lou Reed, Cher, Iggy Pop, Freddie Mercury. La diversità di stili in tutti questi nomi testimonia la straordinaria adattabilità di Bowie, che gli è valsa il soprannome di “Camaleonte“, sebbene senza mai tradire la sua essenza.
A suo agio tra pop, rock, punk, soul o glam, in una delle svolte più sorprendenti della sua carriera, passò dal pop all’hard rock, formando la band Tin Machine tra il 1987 e il 1992.
Il rifiuto del cavalierato
Tra coloro che lo conoscevano bene durante l’era della controcultura e del “flower power” c’è Dana Gillespie, che ne parla con disincanto ma senza amarezza: “Quando otteneva ciò che voleva dagli altri, li abbandonava e passava a un altro palcoscenico”. Una mentalità “usa e getta” che era un prezzo necessario per un artista che non si è mai accontentato di essere solo quello che era. E tutti gli hanno perdonato un gesto senza precedenti nel Regno Unito: quando Elisabetta II gli offrì il cavalierato nel 2003, Bowie rifiutò. “Non accetterei mai una cosa del genere” disse all’epoca, “Non è ciò per cui ho lavorato per tutta la mia vita”.



