sabato, Aprile 13, 2024
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I MILLE VOLTI DI SENITH

Un po’ performer, un po’ drag queen, un po’ attrice, un po’ curatrice di eventi. Così si definisce Senith, artista, femminista nonché pioniera del movimento queer in Italia

Senith, come hai cominciato la tua carriera drag?
Sono nata in un primo collettivo di donne che volevano fare una sperimentazione sul genere, in particolare sulla performance drag king. Eravamo un misto di lesbiche attiviste, militanti, femministe. Come è mia abitudine sono stata da subito il bastian contrario della situazione, volendo, fortissimamente, lavorare sull’iper-femminilità. Così lontana da ogni insegnamento, da ogni logica, da qualsiasi estetica femminile concessa ad una donna. Questo elemento di iper-femminilità, inserito con determinazione all’interno di un gruppo fortemente concentrato sulla sperimentazione del maschile, ha sicuramente condizionato molto quei primi passi, nel bene e nel male. Era il 2006, in Italia non esistevano donne che impersonavano il drag, né al maschile né al femminile.  All’inizio sono stata “solo” una cosiddetta donna biologica che voleva fare la drag queen, senza nessuna logica; anzi, mi dicevano che non lo avrei potuto fare, proprio in quanto donna. Senith è nata per gioco, per divertirsi, ma in breve tempo ha assunto un peso sempre più importante nella mia vita e nella mia sperimentazione. Mi sono accorta che stavamo facendo arte e, allo stesso tempo, politica. Tra scissioni e passioni, ci siamo poi ritrovate nel gruppo Eyes Wild Drag che, per 10 anni, ha segnato un passo importante nella sperimentazione del drag in Italia.

Il collettivo Eyes Wild Drag è un gruppo Queer Gender Drag di Roma, tra i più importanti nel panorama drag king italiano. Ti va di parlarcene?
Eyes Wild Drag è stata la mia famiglia per 10 anni. Credo di poter dire che siamo state l’esperienza di donne nel drag più longeva, unita e professionale che ci sia stata in Italia. Quattro, prima, poi tre donne che hanno inventato un’estetica, un genere di spettacolo, hanno attraversato il mondo occidentale da New York a San Pietroburgo portando le loro performance e hanno inventato uno dei festival queer internazionali più strabilianti che si possa immaginare, ovvero GendErotica, che vide quattro straordinarie edizioni tra il 2009 e il 2015. Abbiamo fatto sperimentazione, avanguardia. Molto più di quanto capissimo. Quando il gruppo ha deciso di sciogliersi, ho continuato da solista per una necessità che era ormai diventata imprescindibile. Togliermi di dosso Senith sarebbe come amputarmi un arto. Ma le mie Sorelle mi mancano ancora. Succede, ovviamente, che le esperienze ad un certo punto finiscano e si svuotino e che le strade si dividano. Ma per me quella rimane, ancora, una delle esperienze umane e creative più importanti della mia vita.

Queer è la parola a cui fa riferimento la Q di LGBTQIA+. Cosa significa, secondo te, essere queer?
“Queer” è un termine cosiddetto ombrello che include quelle espressioni di identità e di orientamento che esulano da ciò che è strettamente binario. In italiano, molto frequentemente, viene usato a sproposito come sinonimo di persona gay o lesbica. La parola queer è molto più fluida di così ed è accogliente, offre rifugio e ospita tutte quelle espressioni individuali e collettive che sono escluse dalla narrazione comune, quella che divide necessariamente tra maschi e femmine, eterosessuali e omosessuali, occidentali e resto del mondo. Nasce come un insulto ed è invece poi stato acquisito dalla comunità come termine di rivendicazione. La fluidità è forse la cifra essenziale del Queer. Estenderei questa definizione all’Arte Queer che, ovviamente, per quanto detto poco fa, non può certamente considerarsi tutto ciò che viene prodotto da persone omosessuali o non cisgender. Non è assolutamente detto che gay sia queer! Anche parlando di arte e cultura, credo che oggi, se si vuole far arte parlando alla contemporaneità, non si possa lavorare a comparti stagni. Il mondo che viviamo è il primo ad essere diventato flessibile, interconnesso, veloce, multiculturale. Non possiamo far finta che non sia così. I generi di spettacolo sono i primi a collassare su loro stessi se non accettano di farsi influenzare dalla trasversalità di linguaggi e culture che è tipica del nostro contemporaneo.

Performer, Attrice, Drag… ti si potrebbe descrivere in molti modi. Un altro termine con cui ti piace definirsi è “artivista”, poiché attraverso la performance del corpo, si può parlare di diritti, giusto?
Mi piace dire “artivista” perché sono profondamente convinta che l’arte e la narrazione del mondo possa creare cambiamenti e nuove letture che risultino rivoluzionarie. Nel drag verrei definita Faux Queen. Non credo, però, che questa parola mi descriva realmente. È considerata una Faux Queen una drag queen interpretata da una donna “biologica”. Questa è la definizione più immediata. In realtà è estremamente complessa e porta diverse criticità. Non è l’unico modo per definire una “donna che fa la drag queen” e neanche l’unico a portare contraddizioni. Faux vuol dire falso. Ciò implicherebbe che una donna che interpreta una drag queen sia qualcosa di posticcio, meno di una drag queen “autentica”, che sarebbe l’unica titolata a dirsi tale (ossia un “uomo biologico”). Si usa anche l’espressione Bio Queen, ma anche questa porta contraddizioni, perché si mette al centro del discorso l’appartenenza biologica di chi va in scena ma che non è solo maschio e femmina. Un modo abbastanza neutro potrebbe essere Female Impersonator, che vale per chiunque decida di vestire i panni della Drag Queen. Quando io ho iniziato, questi termini neanche c’erano. Non potevo entrare in nessuna categoria e questo spaventava. Questi termini hanno fatto un po’ ordine, ma solo per chi ha bisogno di mettere tutto a posto in una determinata casella. In realtà, vita e arte, sono molto più complesse di così. Però mi concedo il vezzo di chiamarmi anche “la Zia di tutte le Faux Queen”. Sicuramente per questione anagrafica (ho iniziato tardi) ma anche per storia; sono stata la prima, ho sfondato barriere e ho comunque costruito una carriera in questo ruolo. Ogni tanto mi concedo di essere vanitosa…

Questa è un’epoca in cui il tema dell’inclusione è molto sentito. Cosa diresti oggi a un giovane ragazzo/a gay?
Di non limitarsi mai a farsi disegnare dagli altri. Non dobbiamo assecondare i desideri che ci vengono affibbiati nostro malgrado, ma dobbiamo prendere in mano quelli che sono nostri e scegliere. Raggiungere la consapevolezza di ciò che stiamo facendo e perché è fondamentale, ci permette di non perderci. Lasciarsi accompagnare sempre da quello strano desiderio di mettersi in gioco e sperimentare. E poi, non abbassare la guardia. Basta un attimo di distrazione per perdere ciò che abbiamo creduto nostro e intoccabile. I corpi fanno politica e oggi la politica sta vivendo un rigurgito di oscurantismo fascista, sempre più pensata contro i corpi, contro la libera scelta, contro i diritti e le donne. Se ci distraiamo, rischiamo di pagarla cara.

In cosa consiste il tuo “sperimentare sul genere”?
Interrogare la rappresentazione dei generi pone sempre interessantissimi interrogativi. Come dicevo poco fa, non si tratta solo di estetica ma anche di politica. Lavorare con il corpo, il desiderio, la performance, non solo è terapeutico, come qualunque forma di teatro, ma può parlare di diritti. L’azione performativa muove discorsi potenti e parlare di determinati temi è necessario. Occorre mostrarli come qualcosa che non ha bisogno di doversi giustificare, ma che esiste semplicemente, senza “spiegoni”. Per questo cambiare il modo di percepire il corpo, la sessualità, l’espressione di genere ha in ogni istante un potere dirompente. Ad esempio, nei laboratori che conduco sulla performance di genere, si lavora con dei codici di comportamento. Costruendo in maniera performativa il maschile o il femminile, ci si rende conto che non è innato atteggiarsi in un modo piuttosto che in un altro. È un fatto strettamente culturale. Il genere può essere costruito e interpretato. Conoscerne i meccanismi permette di scomporli e ricomporli, prendere ciò che serve e, anche, utilizzarli nel teatro della vita quotidiana. Gli effetti possono essere sorprendenti. I ruoli diventano interamente rinegoziabili. Possiamo pensare di sovvertire il nostro destino che ci è stato assegnato all’inizio solo in base a ciò che abbiamo tra le gambe. Le conseguenze liberatorie. È andare fuori dagli schemi che ci permette di essere liber*, malgrado tutto.

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