AGI – Perché due fratelli cresciuti nella stessa casa, con gli stessi genitori e le stesse regole, possono avere caratteri completamente diversi? Una parte della risposta arriva da uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Nature, che ha analizzato il DNA di 1,14 milioni di persone in 13 Paesi e ha individuato 1.260 varianti genetiche collegate ai tratti della personalità. Di queste, 824 non erano mai state osservate prima.
La ricerca, condotta attraverso il Genomics of Personality Consortium, coordinato dalla Michigan State University e con il contributo del QIMR Berghofer australiano, rappresenta a oggi il più ampio studio genetico sulla personalità mai realizzato. Il risultato conferma quanto gli psicologi sostengono da decenni: il carattere non nasce solo dall’educazione o dalle esperienze vissute, ma ha anche radici biologiche misurabili.
Il modello dei Big Five come linguaggio comune
Per condurre un’analisi su scala così vasta, i ricercatori hanno avuto bisogno di un linguaggio comune per descrivere la personalità. Hanno scelto il modello dei Big Five, oggi considerato lo standard scientifico di riferimento, che riassume il carattere umano in cinque dimensioni misurabili su uno spettro continuo, anziché in categorie rigide come avviene nei test più popolari, dal Myers-Briggs all’Enneagramma.
Le cinque dimensioni sono: estroversione, cioè la tendenza a essere socievoli ed energici; gradevolezza, che riguarda la propensione alla cooperazione e all’empatia; coscienziosità, legata all’organizzazione e al senso di responsabilità; nevroticismo, che misura la reattività emotiva e la predisposizione ad ansia e stati depressivi; e apertura all’esperienza, che descrive curiosità intellettuale e propensione alla novità.
Dai gemelli ai grandi studi sul genoma
Studi condotti in passato sui gemelli avevano già suggerito una componente ereditaria di questi tratti, ma mancava la potenza statistica necessaria per identificarne le basi genetiche precise.
Per arrivare a questo risultato, i team di ricerca di quindici Paesi hanno condotto fino a cinque studi di associazione genoma-wide (GWAS), una tecnica che confronta il DNA di grandi popolazioni per individuare le variazioni statisticamente collegate a un determinato tratto. I dati sono poi confluiti in un’unica analisi combinata, aumentando in modo significativo la capacità di individuare segnali genetici altrimenti troppo deboli per emergere nei singoli studi nazionali.
Il ruolo della corteccia prefrontale
Il lavoro non si è fermato all’identificazione delle varianti genetiche. Gli scienziati hanno verificato a quali geni fossero collegate, in quali tessuti del corpo risultassero attivi e come si confrontassero con quelli già noti per altri comportamenti umani.
Uno dei dati più significativi riguarda la localizzazione biologica dei tratti. Per quattro dei cinque fattori, con la sola eccezione della gradevolezza, i marcatori genetici individuati risultano fortemente collegati a geni attivi nella corteccia prefrontale, l’area cerebrale che regola le decisioni, il controllo degli impulsi e la gestione delle emozioni.
Questa regione è coinvolta in numerosi disturbi psichiatrici, tra cui ansia, schizofrenia, disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) e disturbo bipolare. I ricercatori hanno inoltre osservato una significativa sovrapposizione genetica tra i Big Five e queste condizioni, un dato che potrebbe aiutare a comprendere perché alcuni tratti della personalità rappresentino fattori di vulnerabilità per specifiche patologie mentali.
Quanto pesa la genetica sul carattere
Lo studio conferma che la genetica spiega solo una parte della storia. Tra il 5% e il 16% della variabilità nei tratti di personalità è riconducibile a varianti genetiche comuni, una quota simile a quella osservata nella depressione maggiore.
Il resto dipende dall’ambiente, ma non necessariamente da quello familiare condiviso. Confrontando i dati genetici di persone non imparentate con quelli di membri della stessa famiglia, i ricercatori non hanno individuato le distorsioni tipiche osservate negli studi sul livello di istruzione e sulle prestazioni cognitive. Crescere sotto lo stesso tetto, dunque, non basta a spiegare perché due persone abbiano caratteri simili.
Personalità, salute e comportamento sociale
Il rapporto tra personalità e salute emerge anche su altri fronti. L’estroversione, secondo lo studio, è associata a un rischio maggiore di contrarre il Covid-19, probabilmente a causa della maggiore esposizione sociale.
La coscienziosità, al contrario, risulta collegata a un indice di massa corporea più basso, a una minore propensione al fumo e a un numero ridotto di ricoveri ospedalieri.
I ricercatori segnalano anche un effetto meno intuitivo: la genetica della personalità sembra influenzare persino la partecipazione agli studi scientifici. Le persone con livelli più elevati di gradevolezza e apertura all’esperienza risultano più propense a completare questionari facoltativi, introducendo un possibile bias statistico che potrebbe aver influenzato numerose ricerche basate su sondaggi.
Limiti della ricerca e prospettive future
Restano comunque alcuni limiti. Il modello dei Big Five, pur essendo molto solido, è stato sviluppato prevalentemente su popolazioni occidentali e potrebbe non rappresentare con la stessa accuratezza le differenze di personalità presenti in tutte le culture e lingue del mondo.
I risultati, avvertono gli autori, non sono quindi automaticamente generalizzabili a livello globale. Tuttavia, per la comunità scientifica questa ricerca apre una prospettiva concreta: i tratti di personalità potrebbero essere integrati nei modelli predittivi utilizzati in ambito clinico, contribuendo a identificare, classificare e trattare in modo più mirato le patologie fisiche e mentali legate al modo in cui pensiamo, sentiamo e ci comportiamo ogni giorno.



