AGI – La morte di una donna, Ada Fleres, solo apparentemente casuale e naturale; un ispettore inquieto e ostinato almeno quanto la vittima, Luca Bianchi: gli ingredienti per un noir ci sono tutti. Potrebbe bastare a imbastirci un romanzo, un giallo. Uno dei tanti. Invece, no. Non basta.
Perché “Il caso Ada Fleres” (Laurana Editore Milano) di Nino Amadore, giornalista che per Il Sole 24 Ore racconta la Sicilia nelle sue diverse sfaccettature, non può essere confinato alla produzione giallistica. Fra le pieghe di questo romanzo ci sono tutte le ombre, l’ignoto, le reticenze, le paludi melmose della storia italiana.
Palermo come protagonista e la ricerca della verità
C’è, soprattutto, una città che non è come tutte le altre: Palermo. Protagonista visibile e occulta che occupa tutte le pagine, con la sua luce accecante è in grado di bruciare le ali di “un’allodola che volava troppo vicino al sole”. “Palermo, a luglio, non fa sconti a nessuno. A quel caldo, e ai suoi colori, non ci si abitua mai: ogni estate sembra più feroce della precedente e, ogni anno, i palermitani lo dicono come se fosse la prima volta”, riflette l’ispettore Luca Bianchi prima di trovare il corpo di Ada Fleres.
Bibliotecaria di giorno, Ada ama il mestiere di giornalista, al quale dedica il resto della giornata: “Una di quelle che vanno a mettere il naso dove gli altri non hanno voglia, o interesse, di curiosare”. L’ispettore seguirà le tracce lasciate da Ada, la sua inchiesta, senza perdere di vista il quadro generale: “Era lo stesso principio che aveva visto all’opera durante l’indagine: non l’illegalità plateale, ma quella che si deposita lentamente, fino a diventare paesaggio… Non è un sistema che qualcuno ha costruito a tavolino. È qualcosa che si è costruito da solo, un tassello alla volta, perché ogni pezzo faceva comodo a qualcuno. Ada lo aveva capito. Non guardava il singolo episodio, ma la traiettoria. Non l’abuso, ma la somma. Ed era per questo che era diventata pericolosa”. Ed è toccato all’ispettore Luca Bianchi non lasciarla “cadere nel silenzio”.
Il “paesaggio” dell’impunità e la lezione della memoria
In questo romanzo c’è tutto il mestiere di Amadore, delle sue inchieste giornalistiche e della cronaca quotidiana dalla città. Ma più di altri ci sono i dati “fragili”, evanescenti, che non riescono a entrare in nessun contesto oggettivo. E sono proprio questi ultimi ad avere un peso decisivo, perché costruiscono un sistema sottile, impalpabile, non incasellabile in nessuna fattispecie di reato. Fino a diventare impunità. Anche se lo favoriscono, lo alimentano. Diventano, per citare l’autore, “paesaggio”. E come tutti i paesaggi sanno mutare, adattarsi ai cambiamenti, alla geografia nuova — naturale e urbana — fino a rendersi trasparenti. Ti abitui, semplicemente, a questo scenario che cambia così lentamente fino a rendere la metamorfosi impercettibile all’occhio distratto.
C’è l’eco delle parole di pietra di Paolo Borsellino: “La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”. O le onde radio di Impastato: “Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi. Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente”, che qui non sono solo slogan buoni per le piazze: sono metodo investigativo, sono amarezze ingoiate che talvolta ci spingono a terra, ma lasciandoci un residuo di forze che si liberano tra le pagine, nell’etica e nella morale del romanziere e del giornalista Amadore. Dritte e libere, dalla mente alla penna.
Oltre la cronaca: la potenza della narrativa
Ma perché un giornalista che ha raccontato e racconta le cronache opache di una città e di una regione, la Sicilia, sente il bisogno di scrivere un noir? Non bastavano già le sue inchieste ruvide come La zona grigia per mettere in risalto tutti i cliché invisibili di un sistema collaudato?
La verità può essere raccontata in tanti modi, da angolazioni non sempre prevedibili o stereotipate. La narrativa, quando è ben ancorata alla realtà, con una capacità d’osservazione psicologica raffinatissima dei personaggi che si muovono dentro un libro — come in questo romanzo — riesce a superare il limite obbligato dal giornalismo d’inchiesta: i respiri e i silenzi. La luce che crea ombre. Le parole dette e quelle taciute. I gesti gentili e la violenza di una mano che posa piano una tazza di caffè. Perché non c’è mai un solo modo di raccontare. E nemmeno di cercare.



