venerdì, Luglio 19, 2024
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Il centro sinistra esulta per la Francia, ma si riaccende il confronto fra sinistra e liberal

AGI – Un modello non replicabile in Italia. Dopo l’affermazione del Nuovo Fronte Popolare in Francia, le opposizioni in Italia passano al setaccio il voto d’Oltralpe per rintracciare segnali che incoraggino la costruzione dell’alternativa al governo Meloni. E, come spesso accade in questi casi, ogni lettura risente dei desiderata dell’una o dell’altra forza politica.

 

Così, per il leader del M5s Giuseppe Conte a essere premiata è stata la linea di chi “non ha mai avuto dubbi sulla pace, sulla difesa dei diritti sociali e sulla tutela dei più fragili”, mentre per la segretaria del Pd, Elly Schlein, a dimostrare “che la destra si può battere” è stata l’unità di tutta la sinistra, mantra della leader dem. Matteo Renzi, leader di Italia Viva, attribuisce un ruolo “decisivo” al centro riformista come anche “una settimana fa in Gran Bretagna” e così anche Carlo Calenda, segretario di Azione, per il quale “è positiva la tenuta di Macron” anche se “ora sarà complicato formare un governo”.

 

Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana e deputato Avs, difende la sinistra da chi, in Italia come in Francia, definisce marginale l’apporto di Melenchon alla vittoria: “Leggo commentatori in Francia e in Italia pronti a considerare ininfluente la sinistra che continuano a definire con malcelato fastidio ‘radicale’. Sappiano che così facendo rischiano solo di rinviare la vittoria dell’estrema destra”.

 

Non è replicabile

 

Al di là delle declinazioni del risultato francese, il fronte progressista italiano è ben consapevole che, oltre alla “bella notizia” arrivata domenica, poco o nulla può essere replicabile nel panorama italiano. “I sistemi francese e italiano sono troppo diversi, dal punto di vista istituzionale ed elettorale, per potere ricavare dal primo un modello per il secondo”, dice l’esponente della segreteria del Partito Democratico, Alessandro Alfieri, interpellato dall’AGI. Non solo: “In Francia c’è una destra post fascista che non è stata mai sdoganata dal punto di vista politico istituzionale. Da noi, invece, è stata sdoganata anni fa da Berlusconi. Lì, quindi, funziona ancora il ‘cordone sanitario’ per fermare Le Pen”.

 

La strada italiana alla vittoria sulla destra rimane quindi quella che passa “per la costruzione di una coalizione credibile sulle riforme, sulla difesa della sanità pubblica, sul lavoro, sul livello degli stipendi. E’ questo “lo spazio politico dentro il quale costruire la battaglia alla destra”, sottolinea il dem. Punti sui quali le forze di opposizione in Italia sono già avanti con il lavoro, come dimostra la fotografia della Cassazione, dove quasi tutti i partiti alternativi alla destra (mancava Azione) hanno presentato insieme il quesito referendario per l’abrogazione della legge sull’autonomia differenziata. 

 

“Direi che siamo più avanti di un patto di desistenza. Non c’è bisogno di inseguire”, rivendica il vice capogruppo di Avs, Marco Grimaldi. Restano, tuttavia, distanze non semplici da colmare come i temi di politica estera, a cominciare dall’Ucraina. Temi che vedono agli antipodi, ad esempio, i Cinque Stelle e forze come Italia Viva ed Azione. “Sono le politiche del governo che verrà che determineranno la definitiva sconfitta del Rassemblement National”, osserva il capogruppo M5s alla Camera Francesco Silvestri che manda anche un segnale ai potenziali alleati: “Queste risposte non contemplano, a mio avviso, un programma di governo moderato che inglobi dai repubblicani ai socialisti passando per il centro. Se così sarà la vittoria di Le Pen è solo rinviata”.

 

Non è un caso, d’altra parte, che Giuseppe Conte abbia citato “la pace” fra i valori della sinistra vittoriosa in Francia. E non a caso un esponente dem come Lorenzo Guerini ha sottolineato, nell’ultima direzione, che “perchè sia credibile una coalizione deve avere un minimo comune denominatore su questioni essenziali” come “la politica internazionale, una questione discriminante che entrerà sempre di più nelle dinamiche politiche nazionali”. Ma non solo.

 

Starmer risvegli l’orgoglio riformista nel Pd

 

Nel Partito Democratico la vittoria di Keir Starmer in Gran Bretagna e la tenuta di Macron in Francia hanno risvegliato un certo ‘orgoglio riformistà che emerge, per esempio, dal post con il quale Paolo Gentiloni salutava la vittoria del Labour: “La leadership riformista di Keir Starmer ha riportato la sinistra britannica al governo dopo una lunga fase di radicalismo minoritario”. Parole alle quali ha risposto indirettamente Andrea Orlando nella direzione nazionale del Pd: “Dovremmo evitare una discussione molto provinciale che rischia di trasformare Starmer in Calenda oggi e la prossima settimana Melenchon in Conte. Lo eviterei nell’analisi”.

 

D’altra parte, spiegano dalla sinistra dem, se è vero che Starmer ha cacciato Jeremy Corbyn dal partito, è anche vero che il suo è un programma dai forti accenti socialisti. Ma anche un big dell’ala riformista del Pd, come Lorenzo Guerini, invita a “evitare di ‘italianizzare’ quei risultati, attardandoci in caricature tra riformisti e sinistra o in letture che riguardano scelte emergenziali come in Francia, che guardiamo certamente con attenzione ma che non possiamo assumere come esempio per l’Italia. Per la stessa ragione, da sinistra, viene respinta la lettura di chi nel Pd vede in Macron l’artefice della vittoria del Nuovo Fronte Popolare. “Mi sfugge qualcosa. Se Melenchon è un mostro (secondo gli osservatori lib equivalente a Le Pen) e Macron ha fatto una mossa geniale. Macron voleva dare centralità a Melenchon? Per la logica qualcosa non torna”, osserva Orlando. 

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