domenica, Marzo 3, 2024
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Il dramma degli ostaggi israeliani, i parenti: “Siamo la loro voce”

AGI – Il 7 ottobre Dalit Katzenellenbogen ha perso lo zio Rami, ucciso nel rifugio dentro casa nel kibbutz Nir Oz, suo cugino Elad è stato rapito e si trova ancora a Gaza mentre la zia Hanna, dopo 49 giorni di prigionia, è stata liberata a dicembre, ma è ancora in ospedale in condizioni gravi. La 36enne Rimon Kirsht, quel sabato è stata sorpresa dalle sirene mentre dormiva insieme al marito Yagev nel kibbutz Nirim: non sono riusciti a mettersi al sicuro nel rifugio e si sono nascosti sotto il letto abbracciati, racconta la zia Moran Betzer-Tayar. Così li hanno trovati i terroristi di Hamas e insieme li hanno caricati nel cassone di un pickup e portati nella Striscia.

Rimon è stata rilasciata dopo 53 giorni nelle mani di Hamas ma suo marito è ancora prigioniero. Sono le storie di alcune delle oltre 200 persone sequestrate dai miliziani palestinesi e portate nella Striscia. I familiari si battono perché tornino a casa: protestano in piazza e sotto la Knesset, partecipano a incontri, parlano in pubblico, sono la “loro voce”, come sottolineano le due donne, incontrando in Israele una delegazione di parlamentari di diversi Paesi europei che partecipano a una missione di solidarietà organizzata da Elnet (European Leadership Network). Ai deputati si è rivolta Katzenellenbogen: “Come io devo essere la voce di Elad, perché lui adesso non ne ha, io chiedo a voi di essere la nostra voce per il pubblico italiano, perché abbiamo bisogno di coraggio, aiuto morale, tutto quello che è possibile fare, per gli ostaggi”.

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