AGI – Il gioco è contagioso nei bambini, negli scimpanzé, nei bonobo e nei gorilla: quando un individuo comincia a giocare, aumenta la probabilità che anche chi gli sta vicino inizi a farlo.
Il gioco, un fattore trasversale
A documentarlo è uno studio condotto da Ivan Norscia, Edoardo Collarini e Giada Cordoni del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino, pubblicato sulla rivista Philosophical Transactions of the Royal Society B.
La ricerca descrive per la prima volta il contagio del gioco nei bonobo e nei gorilla e mostra che il fenomeno è più frequente nei gruppi in cui prevalgono le interazioni amichevoli rispetto a quelle aggressive. Tra febbraio 2022 e febbraio 2025 i ricercatori hanno raccolto oltre 1.100 ore di osservazione su 107 individui distribuiti in otto gruppi, due per ciascuna specie. Per gli esseri umani, lo studio ha coinvolto 28 bambini tra i 13 e i 36 mesi dell’asilo nido Armando Melis di Torino. Scimpanze’, bonobo e gorilla sono stati osservati in diverse strutture zoologiche europee.
Non solo una coincidenza
La ricerca è stata esclusivamente osservazionale, senza interferire con le interazioni spontanee tra gli individui. Per verificare se il gioco potesse effettivamente propagarsi da un individuo all’altro, il gruppo ha analizzato il comportamento di chi si trovava nelle vicinanze di un episodio di gioco senza essere già coinvolto. I ricercatori hanno registrato se, nei minuti successivi, questi individui iniziassero un nuovo gioco, da soli o con altri, oppure si unissero a quello in corso. Le risposte sono state confrontate con quelle osservate negli stessi individui in condizioni comparabili, ma in assenza di un precedente episodio di gioco. In tutte e quattro le specie, la probabilità di iniziare a giocare è risultata significativamente maggiore dopo l’avvio di un episodio di gioco da parte di un altro individuo.
Il risultato indica che la diffusione del comportamento non dipende soltanto dalla coincidenza tra attività svolte nello stesso momento.
Un fenomeno dalle radici evolutive profonde
Anche l’età e la distanza hanno avuto un ruolo: gli individui più giovani erano maggiormente propensi a rispondere al gioco altrui, così come quelli fisicamente più vicini a chi aveva iniziato a giocare. Il fenomeno è stato inoltre osservato con maggiore frequenza nei gruppi con un rapporto più alto tra maschi e femmine. Non sono invece emersi effetti significativi della numerosità del gruppo, della durata dell’episodio iniziale o del fatto che il primo individuo giocasse da solo oppure con altri. Anche un episodio di gioco solitario, dunque, poteva innescare una risposta negli individui vicini.
Secondo gli autori, la presenza del fenomeno nelle quattro specie suggerisce che il contagio del gioco possa avere radici evolutive profonde, potenzialmente risalenti all’ultimo antenato comune di esseri umani, scimpanzé, bonobo e gorilla. La ricerca offre così nuovi elementi per comprendere come si diffondano i comportamenti collettivi e quale ruolo possano avere le relazioni sociali nel favorire interazioni non aggressive.
Un’attività multifunzionale
“Il comportamento collettivo è un fenomeno diffuso tra gli esseri umani, capace di trascinare le masse in molti ambiti della vita politica, sociale, religiosa, sportiva e musicale”, spiega Norscia. “Indagarne le basi biologiche e le profonde radici evolutive può aiutarci a comprenderne meglio le dinamiche e a gestirne le manifestazioni“. “Il gioco, in particolare, è un modello comportamentale ideale perché è multifunzionale”, aggiunge Cordoni, “emerge fin dalle prime fasi dello sviluppo e promuove la creazione e il mantenimento dei legami sociali, attraverso interazioni di reciprocità”.
Lo studio rientra in un progetto finanziato dalla Fondazione CRT e cofinanziato dall’Università di Torino attraverso fondi di ricerca locale del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi. L’elaborazione dei dati è stata sostenuta anche dal progetto PRIN 2022 “Non-verbal markers of emotional intersubjectivity: a comparative approach to empathy”, finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca.



