domenica, Marzo 29, 2026
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Il supervulcano giapponese si risveglia dopo 7.300 anni

AGI – Sette millenni non bastano a spegnere un supervulcano. Sotto il fondale dell’oceano, al largo delle coste meridionali del Giappone, la caldera di Kikai si sta riempiendo di magma fresco: un processo lento, sotterraneo, invisibile a occhio nudo, ma ormai documentato con una precisione che pochi avrebbero immaginato possibile fino a pochi anni fa. I risultati, pubblicati sulla rivista Communications Earth & Environment da un team di ricercatori dell’Università di Kobe, ridisegnano ciò che sappiamo su come i vulcani più potenti del mondo si preparano alle loro eruzioni.

La caldera di Kikai è nata circa 7.300 anni fa, in quella che i geologi considerano la più grande eruzione dell’Olocene, l’epoca geologica in cui viviamo. Un’esplosione catastrofica che scaricò quantità enormi di magma in tempi brevissimi, facendo collassare il terreno sovrastante e formando l’ampia depressione circolare che oggi giace per lo più sott’acqua. Da allora, silenzio. O almeno, questo si pensava.

La posizione subacquea e la metodologia di studio

Il vantaggio inaspettato della caldera di Kikai è proprio la sua posizione subacquea. Studiare un sistema vulcanico sulla terraferma significa fare i conti con infrastrutture, aree abitate, permessi, terreni impervi. Sott’acqua, i ricercatori hanno potuto lavorare in modo sistematico e su scala molto più ampia. Il team dell’Università di Kobe, in collaborazione con l’Agenzia giapponese per le scienze e le tecnologie marine e terrestri (JAMSTEC), ha impiegato cannoni ad aria compressa per generare onde sismiche controllate che penetrano nel fondale e nella crosta sottostante. I sismometri posizionati sul fondo dell’oceano ne hanno registrato la propagazione, restituendo una mappa dettagliata delle strutture geologiche profonde, incluse le zone dove si concentra il magma. Quello che è emerso ha confermato la presenza di un’ampia regione ricca di magma direttamente sotto l’antica caldera. Le dimensioni e la posizione del bacino corrispondono al sistema che generò l’eruzione di 7.300 anni fa. Ma non si tratta di residui raffreddata di quella catastrofe. Il magma si sta rinnovando.

La chimica del magma e la cupola lavica del supervulcano

La chiave della scoperta sta nella chimica. Al centro della caldera si sta formando una cupola lavica che, secondo le ricostruzioni, ha iniziato a crescere circa 3.900 anni fa. Le analisi del materiale eruttato da questa cupola mostrano una composizione diversa da quella dell’eruzione originale. Una differenza che, nella logica geologica, ha un solo significato: magma fresco è entrato nel sistema dall’esterno. Il serbatoio non sta semplicemente raffreddandosi, si sta ricaricando.

Il processo di re-iniezione

Questo processo, che i ricercatori chiamano re-iniezione, rappresenta il nodo centrale dello studio. Non è chiaro con che ritmo il magma si accumuli, né quanto tempo occorra prima che le condizioni per una nuova eruzione si ricreino, ammesso che ciò avvenga. Ma il fatto stesso che il sistema sia attivo, che nuova materia stia affluendo dal mantello terrestre verso la crosta, cambia radicalmente la prospettiva con cui si guarda a queste strutture.

Implicazioni globali e monitoraggio futuro del supervulcano

I ricercatori sono espliciti nel sottolineare la portata più ampia delle loro conclusioni. Serbatoi di magma superficiali simili a quello di Kikai si ritiene esistano anche sotto la caldera di Yellowstone, negli Stati Uniti, e sotto quella di Toba, in Indonesia, due dei sistemi vulcanici più monitorati e temuti del pianeta. Se il processo di re-iniezione osservato in Giappone è applicabile anche a questi sistemi, significa che l’inattività apparente di lungo periodo non è necessariamente sinonimo di sistema spento. La previsione delle eruzioni delle caldere rimane uno dei problemi aperti più difficili della geofisica. Le scale temporali in gioco sono di migliaia di anni, e i segnali premonitori che precedono eventi di quella magnitudine non sono ancora compresi in modo sufficiente. Lo stesso sismologo Seama Nobukazu ha dichiarato che il team intende perfezionare i propri metodi per mappare con maggiore dettaglio i processi di re-iniezione, con l’obiettivo di lungo termine di migliorare il monitoraggio dei segnali che potrebbero anticipare eruzioni future. Va detto con chiarezza: questo studio non annuncia un’eruzione imminente. Le caldere di questo tipo agiscono su scale temporali che vanno ben oltre qualsiasi orizzonte di pianificazione umana ordinaria. Ciò che lo studio offre è qualcosa di diverso e, scientificamente, di più duraturo, ovvero un modello di comportamento. L’idea che i supervulcani, anche dopo un’eruzione colossale, non si spengano, ma si ricarichino lentamente, nell’arco di millenni, ricostruendo le condizioni per future attività.

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