venerdì, Ottobre 30, 2026
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Il tenente di fanteria Pasolini bloccò Zamboni dopo l’attentato a Mussolini

AGI – A deviare il braccio che punta il revolver all’indirizzo di Benito Mussolini nel momento dello sparo è il maresciallo dei Carabinieri Vincenzo Acclavi, ma a bloccare l’attentatore è il tenente del 56º fanteria Carlo Alberto Pasolini. È Il futuro padre del regista e intellettuale Pier Paolo, incaricato del servizio d’ordine affidato ai militari, a fermare tra la folla il quindicenne Anteo Zamboni che sarà successivamente raggiunto e linciato da un gruppo di squadristi: sul suo cadavere martoriato saranno contate quattordici profonde ferite inferte con i pugnali, un proiettile e persino tracce di strangolamento.

Un colpo di revolver contro l’Alfa Romeo rossa con a bordo il primo ministro 

Quel 31 ottobre 1926 la città di Bologna aveva festeggiato l’inaugurazione dello stadio “Littoriale” alla presenza di Mussolini a quattro anni esatti dall’incarico di primo ministro, ottenuto a pochissimi giorni di distanza dalla prova di forza della Marcia su Roma. È sera e il ras felsineo Leandro Arpinati sta guidando un’Alfa Romeo rossa che dall’Archiginnasio, che ha ospitato un convegno, porta in parata verso la stazione il capo del governo. A via dell’Indipendenza il fattorino della tipografia Zamboni è in attesa tra la folla. Accade tutto in un attimo, pochi minuti dopo le 17.30. Si ode uno sparo isolato, un proiettile trapassa la fascia del gran cordone dell’Ordine mauriziano che Mussolini indossa, lasciandolo illeso e conficcandosi nel sedile dell’automobile. Poi è il caos. Pasolini ha appena immobilizzato Zamboni quando arrivano di corsa le camicie nere di Arpinati e gli arditi di Milano di Albino Volpi che, va ricordato, era stato coinvolto nell’omicidio di Giacomo Matteotti. Tutto degenera nel sangue del giovane aspirante e presunto tirannicida che diventerà un martire dell’antifascismo.

L’inchiesta interna al partito subito insabbiata. Le mosse per attuare la dittatura

La teoria del giovanissimo attentatore solitario e idealista non ha trovato un riscontro storico, anche se il suo gesto fu strumentale al fascismo per promulgare le leggi speciali che faranno da battistrada alla dittatura. Quel 31 ottobre sullo sfondo si stagliano infatti le tensioni all’interno del partito fascista, non ancora chiaramente strutturato nella gestione del potere e negli equilibri tra i suoi esponenti, che cercava un elemento utile a giustificare l’instaurazione del regime. Il tentato omicidio del capo rispondeva esattamente a un disegno politico di più ampio respiro. Il 9 novembre 1926 vengono dichiarati decaduti 120 parlamentari dell’opposizione, e il 26 sono approvati da un parlamento epurato le Leggi speciali per la difesa dello Stato e l’istituzione del Tribunale speciale, con vigore di legge dal 6 dicembre. Viene pure ripristinata la pena di morte per i delitti politici.

Un ragazzo introverso cresciuto in un ambiente di anarchici

Anteo Zamboni era stato registrato all’anagrafe come Ateo dal padre Mammolo, noto anarchico e anticlericale, ma al momento dell’iscrizione a scuola avevano aggiunto la “n” e quindi un richiamo mitologico a quel nome scomodo. Dimostrava meno dei suoi 15 anni e non brillava particolarmente, tant’è che l’avevano soprannominato “Patata”. Era piuttosto introverso di carattere e poco socievole. In famiglia si respirava l’aria dell’anarchia e dell’opposizione al fascismo, non solo per i trascorsi del padre tipografo che però per tirare a campare stampava anche materiale del Pnf bolognese, ma anche per le idee del fratello più grande Ludovico e della zia Virginia Tabarroni, sorella di Viola, moglie di Mammolo. Ma non bastava a farne un attentatore determinato, freddo e lucido, che aveva agito in totale autonomia.

La condanna del padre Mammolo e della cognata a trent’anni di reclusione

Nella prima fase delle indagini, e in quella processuale, la famiglia Zamboni respingerà la teoria del complotto e sosterrà fermamente l’innocenza di Anteo, contro cui non c’erano prove evidenti. Il Tribunale speciale il 7 settembre 1928 condannerà Mammolo e Virginia Tabarroni a trenta anni di reclusione per aver istigato Anteo a uccidere Mussolini e preparato la guerra civile, e i fratelli Ludovico (che però il 31 ottobre si trovava a Milano) e Assunto, assolti dall’accusa di coinvolgimento nell’attentato, a cinque anni di confino per pericolosità sociale a causa dell’attività antifascista. L’inchiesta successiva al linciaggio del quindicenne, pur con tutte le cautele del caso, sfiora gli ambienti del fascismo: dapprima Arpinati che in quanto ex anarchico conosceva bene Mammolo Zamboni, e successivamente il ras di Cremona Roberto Farinacci, fascista intransigente, i cui rapporti col capo non erano affatto idilliaci. L’intervento diretto dei vertici troncò ogni possibilità di approfondimento: il “colpevole” c’era già e il complotto era interno alla famiglia, non al partito. Quanto alle discrepanze sull’arma che si riteneva usata dal quindicenne e i bossoli rinvenuti, non interessava a nessuno fare chiarezza.

La grazia del duce e nel dopoguerra il cambio di versione sulla responsabilità di Anteo 

È un dato di fatto che nel novembre 1932 i fratelli Zamboni verranno graziati dallo stesso Mussolini su intercessione del ministro degli Interni, che è poi Arpinati. L’anno prima Assunto si era trasferito in Svizzera dove era subito entrato in contatto con ambienti antifascisti, ma poi era divenuto informatore dell’Ovra cedendo alle lusinghe dell’attrice Graziella Roda, che lavorava come agente provocatore sotto copertura e gli aveva promesso di poter intercedere per il padre e la zia. La grazia del Duce era arrivata anche per Mammolo e per la cognata Virginia, dopo che Arpinati gli aveva presentato un documentato memoriale a discolpa redatto dall’avvocato Roberto Vighi. Durante il regime Mammolo Zamboni continuerà a lavorare come tipografo sotto una blanda sorveglianza di polizia, e a sostenere la tesi dell’innocenza di Anteo. Dopo la caduta di Mussolini cambierà totalmente versione, pubblicherà nel 1946, nel ventennale del linciaggio del figlio, un libretto in cui parla di lui come vittima di olocausto per la sua precisa volontà di uccidere il tiranno e come primo martire dell’antifascismo, di cui diventa un simbolo. Morirà settantenne a Bologna l’11 agosto 1952.

 

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