AGI – La piazza Enghelab di Teheran si è trasformata oggi nel centro della risposta del regime alle rivolte che da oltre due settimane scuotono l’Iran. In un momento di estrema tensione, la leadership della Repubblica Islamica ha scelto di mostrare un fronte compatto: il presidente Massoud Pezeshkian, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf sono scesi personalmente tra la folla per partecipare alle manifestazioni pro-governative.
Si tratta di un segnale politico netto, volto a riaffermare il controllo del territorio e a proiettare un’immagine di unità nazionale proprio mentre l’informazione indipendente è paralizzata dal blocco delle comunicazioni.
La partita diplomatica dietro le quinte
Eppure, dietro la retorica infuocata delle piazze, si muovono i fili di una complessa partita diplomatica. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha ufficialmente confermato che resta aperto un canale di comunicazione diretto tra il ministro Araghchi e l’inviato speciale del presidente statunitense Donald Trump. Nonostante l’assenza di rapporti diplomatici formali e i messaggi ostili scambiati pubblicamente, i due governi continuano a dialogare attraverso la mediazione dell’ambasciata svizzera. È un paradosso geopolitico: mentre Ghalibaf definisce Trump “delirante” e promette lezioni indimenticabili agli “uomini del campo di battaglia”, Teheran ammette che lo scambio di messaggi con Washington avviene ogni volta che è necessario.
Oscurità informativa e vittime
Sullo sfondo di queste manovre politiche, il Paese resta immerso in una drammatica oscurità informativa. Il blocco di Internet, che ha ormai superato le 84 ore, ha quasi azzerato la possibilità di documentare gli sviluppi dall’interno, rendendo estremamente difficile valutare la reale portata della protesta e della repressione. Se i media di Stato tentano di descrivere una situazione tornata alla calma, i dati che filtrano attraverso le reti dell’opposizione sono tragici. L’Organizzazione dei Mujaheddin del Popolo (PMOI) riferisce che il numero delle vittime avrebbe superato la soglia dei 3.000 morti, con rilevazioni effettuate in 195 città diverse.
La repressione non ferma il dissenso
La repressione non sembra aver fermato del tutto il dissenso. Nonostante la chiusura della rete e la presenza massiccia delle forze di sicurezza, si segnalano ancora manifestazioni in alcuni quartieri di Teheran e in diverse province. Il regime risponde con la criminalizzazione del dissenso, dipingendo i manifestanti come terroristi fomentati da elementi stranieri e organizzando funerali di Stato per le forze di sicurezza, nel tentativo di attribuire alle piazze la responsabilità delle violenze. In questo scenario di isolamento forzato, l’Iran vive uno dei suoi momenti più bui, sospeso tra la sfida aperta al mondo esterno e una crisi interna di cui è impossibile, al momento, prevedere l’epilogo.



