AGI – La Bosnia-Erzegovina torna oggi alle urne per elezioni generali segnate dalle divisioni etniche che, a oltre trent’anni dalla guerra del 1992-1995, continuano a paralizzare il complesso Stato nato dagli Accordi di Dayton. Circa 3,4 milioni di elettori sono chiamati a rinnovare la presidenza tripartita, il Parlamento centrale e le istituzioni delle due entità del Paese, mentre il percorso di adesione all’Unione europea resta bloccato dalle contrapposizioni interne.
Gli elettori scelgono i tre membri della presidenza, un bosgnacco, un croato e un serbo, e i 42 deputati della Camera dei rappresentanti statale. Si vota inoltre per le autorità e le assemblee della Federazione croato-musulmana, suddivisa in dieci cantoni, e della Repubblica Srpska, l’entità serbo-bosniaca. Complessivamente sono in palio 518 incarichi pubblici ai diversi livelli istituzionali.
I circa 5.700 seggi sono aperti dalle 7 alle 19. Per la prima volta viene sperimentato un sistema tecnologico contro le frodi d’identità e il voto multiplo, con lettori elettronici di impronte digitali e dispositivi ottici per la scansione delle schede. L’obiettivo è rendere più trasparente il voto, automatizzare lo scrutinio e migliorare la precisione nella trasmissione dei risultati.
Il predominio dei partiti nazionalisti
In assenza di sondaggi sulle intenzioni di voto, gli osservatori prevedono pochi cambiamenti, considerato il predominio delle formazioni nazionaliste delle tre comunità: il partito bosgnacco Sda, quello serbo-bosniaco Snsd e l’Hdz BiH, principale forza croato-bosniaca. In corsa anche un blocco multietnico di tre partiti guidato dai socialdemocratici dell’Sdp e numerose formazioni minori. La frammentazione renderà prevedibilmente necessari negoziati per costruire coalizioni nei diversi territori.
Povertà ed emigrazione
Con uno stipendio medio di circa 850 euro, la Bosnia è tra i Paesi più poveri d’Europa. Migliorare il tenore di vita e frenare l’emigrazione, soprattutto giovanile, sono le principali preoccupazioni della popolazione. La campagna elettorale, conclusa venerdì, è stata però dominata dalla retorica nazionalista e dalle visioni contrapposte sul futuro dello Stato.
Le posizioni dei partiti
L’Sda di Bakir Izetbegovic sostiene un Paese più centralizzato, con istituzioni comuni più forti, e l’adesione all’Ue e alla Nato. Di segno opposto la linea secessionista e filorussa dell’Snsd, il cui uomo forte, Milorad Dodik, ha ripetutamente minacciato la separazione della Repubblica Srpska e la sua unione alla Serbia. Secondo quanto riferito martedì scorso dalla televisione pubblica dell’entità serbo-bosniaca, il presidente russo Vladimir Putin ha espresso sostegno a Dodik e al candidato alla presidenza della Repubblica Srpska, Savo Minic, elogiandoli per la difesa dei “diritti serbi di fronte alle pressioni esterne”. L’Hdz BiH chiede invece maggiori diritti per i croati.
Il cammino verso l’Europa
Le divisioni pesano anche sul cammino europeo. Un sondaggio della scorsa primavera indica che il 74,4% della popolazione sostiene l’ingresso nell’Ue, ma con un forte divario tra la Federazione, dove i favorevoli raggiungono l’86,1%, e la Repubblica Srpska, dove si fermano al 54,1%.
Candidato dal 2022, il Paese ha compiuto pochi progressi nelle riforme dopo il via libera di Bruxelles, nel 2024, all’apertura dei negoziati. L’adozione del quadro negoziale resta subordinata a interventi sull’indipendenza della magistratura, sulla lotta alla corruzione e sul funzionamento dello Stato. Le contrapposizioni hanno impedito persino la nomina di un capo negoziatore. Lo stallo è già costato 108 milioni di euro del Piano di crescita dell’Ue e altri 374 milioni potrebbero andare persi entro l’anno.



