AGI – Così diversi, eppure più simili di quanto saremmo portati a pensare. Può sembrare improbabile, eppure gli esseri umani condividono lo stesso sistema neurofisiologico di base per elaborare gli odori dei topolini. A dimostrarlo sono una coppia di studi, pubblicati sulla rivista Science Advances, condotti dagli scienziati della Northwestern University Feinberg School of Medicine, della University of Pennsylvania e della University of Florida.
La ricerca
Il team, guidato da Gordon Shepherd, Christina Zelano, John Barrett, Andrew Sheriff, Mang Gao, Qiaohan Yang e Bruce Tan, ha impiegato un sistema di ripresa robotico multicamera ad alta risoluzione per monitorare i movimenti di zampe, testa e respirazione dei roditori. In particolare, i dati hanno evidenziato come gli animali utilizzino singoli annusi intenzionali per esplorare l’ambiente, proprio come gli esseri umani.
Gli autori, inoltre, hanno scoperto che i topolini analizzati dallo studio coordinavano un singolo stimolo olfattivo rapido e mirato quando portavano il cibo alla bocca. Disattivando la corteccia motoria il comportamento si interrompeva, dimostrando che non si tratta di un riflesso ma di un’azione intenzionale. Nel secondo paper, gli scienziati hanno registrato l’attività del bulbo olfattivo scoprendo che un singolo respiro attiva oscillazioni theta (onde a 2-8 Hz) identiche a quelle dei roditori, coordinate per identificare gli odori istantaneamente.
Il contributo per gli studi sull’uomo
Questi risultati, commentano gli esperti, suggeriscono l’esistenza di un meccanismo sensoriale antico e preservato dall’evoluzione, e continuare a studiarlo si rivelerà sempre più fondamentale per il futuro della nostra specie.”Comprendere questi meccanismi – affermano gli studiosi – ci permette di capire come funziona il cervello dei mammiferi, le informazioni raccolte potrebbero contribuire allo sviluppo di terapie mirate in caso di patologie specifiche“. Un aspetto fondamentale, soprattutto quando pensiamo che “le alterazioni nel comportamento olfattivo sono collegate a disturbi neurologici come l’autismo, l’Alzheimer e il Parkinson – concludono gli autori – queste conoscenze potrebbero favorire diagnosi precoci e sviluppo di terapie efficaci contro queste condizioni”.



