domenica, Novembre 30, 2025
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Lady Macbeth alla Scala inaugura la stagione, omaggio a Šostakovič

AGI – Lady Macbeth del distretto di Mcensk non è un titolo semplice: è un’opera dura, attraversata da violenza, desiderio, sopraffazione e grottesco. Un lavoro che nel Novecento è stato censurato, discusso, travisato, poi lentamente recuperato. Ed è con questa partitura complessa che il 7 dicembre, il Teatro alla Scala inaugurerà la Stagione d’opera 2025/2026, omaggiando Dmitrij Šostakovič nel cinquantesimo anniversario della sua scomparsa (Anteprima Under30 giovedì 4 dicembre alle 18). Nel Piermarini sold out come da tradizione, stavolta non ci sarà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, amante dell’opera, che per il terzo anno consecutivo salta l’appuntamento scaligero.

Il cast vocale è guidato da Sara Jakubiak (Katerina L’vovna Izmajlova), Najmiddin Mavlyanov (Sergej), Yevgeny Akimov (Zinovij Borisovič Izmailov) e Alexander Roslavets (Boris Timofeevič Izmailov).

 

 

La regia è firmata da Vasily Barkhatov, al debutto scaligero, con scene di Zinovy Margolin, costumi di Olga Shaishmelashvili e luci di Alexander Sivaev. Per Fortunato Ortombina, al suo primo 7 dicembre da sovrintendente, si tratta di “una delle più belle opere di sempre”, “clamorosa, di grande spettacolarità”. La “sovranità dell’arte” supererà anche i contrasti ideologici, e le possibili polemiche per aver scelto un autore russo. Scelta condivisa e sostenuta fortemente da Riccardo Chailly, che dirige Orchestra e Coro della Scala nella sua dodicesima inaugurazione di Stagione, l’ultima come Direttore musicale. Per lui affrontare questa partitura non è “un atto di coraggio ma un atto dovuto di riconoscimento a un gigante del ’900”.

L’atto dovuto di Chailly

Lady Macbeth “è un’opera che ha sofferto e deve recuperare il tempo perduto”. La sua “grandezza mi dava soggezione”, dice Chailly, tanto che ha iniziato a studiarla con grande anticipo, ci sono “passi di una mostruosa difficoltà tecnica”. Ma adesso è tutto pronto: “sto contando i giorni per arrivare alla Prima”.

Tensione psicologica e grottesco nell’opera

La partitura intreccia tensione psicologica e riferimenti mitteleuropei, come ricorda Chailly. Accanto a questo versante lirico convivono pagine volutamente deformate: per Chailly “il grottesco in quest’opera sconvolge fin dal primo ascolto” e un esempio evidente è “il canto del prete” dopo l’avvelenamento di Boris, una scrittura che “rimanda quasi al mondo dell’operetta”.

La visione cinematografica di Barkhatov

Una partitura “molto cinematografica”, con dettagli che permettono “di rappresentare minuziosamente i personaggi dal punto di vista psicologico” interviene il regista Vasily Barkhatov, che racconta il lavoro di due anni in simbiosi con Chailly. Per togliere la polvere da vecchi cliché, Barkhatov ha scelto di “spostare l’ambientazione dal villaggio a una città”, così da evidenziare dinamiche più contemporanee.

La prima diffusa a Milano

Anche per questo 7 dicembre si rinnova la collaborazione con Rai, che propone la Prima in diretta su Rai1 a partire dalle 17.45. E la città si animerà con gli eventi della Prima diffusa promossi da Comune di Milano, Rai e Edison. L’iniziativa prevede guide all’ascolto, concerti, performance, proiezioni, mostre e rassegne, coinvolgendo oltre 40 luoghi. Cuore dell’iniziativa è, come sempre, il 7 dicembre, quando la diretta dell’evento sarà proiettata in oltre 30 luoghi di Milano. Tutto è pronto dunque, e per dirla come la protagonista, Sara Jakubiak, “allacciate le cinture”.

Ortombina, “la musica supera i contrasti ideologici”

Aprire la stagione del Teatro alla Scala con un’opera russa di Dmitrij Šostakovič non dovrebbe suscitare polemiche secondo il sovrintendente Fortunato Ortombina, perchè la musica, a suo dire, “è assolutamente superiore a qualunque contrasto ideologico”.

“Non a caso tutti i dittatori cercano di avere degli amici tra i musicisti – ha aggiunto -. Questo vale anche per Mussolini, non è che fosse amico di Toscanini però lo lasciava girare per Milano senza che succedesse niente. Questo perchè i dittatori sanno che il teatro musicale ha un ascendente sul loro popolo più forte di quello che hanno loro. Questa è la cosa a cui dobbiamo pensare. Lo sa anche Putin che Šostakovič sul popolo russo ha un ascendente superiore al suo”.

E comunque, osserva Ortombina, “ci sono rapporti con la Russia ogni giorno, non ci sono solo i cantanti ma anche tecnici, ingegneri, uomini d’affari che viaggiano e vanno e vengono dalla Russia ogni giorno. Quindi prima o poi dovrà finire questa guerra perchè la forza dell’umanità e in modo particolare della cultura è sovrana, sono forze sovrane rispetto ai conflitti che dovranno finire”. 

 

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