lunedì, Ottobre 12, 2026
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L’avventurosa dichiarazione di guerra del Regno del Sud al Terzo Reich

AGI – L’ambasciatore del Terzo Reich a Madrid aveva capito subito il motivo per cui il collega del Regno d’Italia gli chiedeva un appuntamento urgente nell’ottobre 1943. E così Hans-Heinrich Dieckhoff aveva eluso di fissare un incontro con Giacomo Paulucci di Calboli. Gli ex alleati dell’Asse non erano più tali dalla proclamazione dell’armistizio, l‘8 settembre 1943, e i tedeschi avevano debellato l’esercito italiano deportando circa ottocentomila soldati nei lager nazisti dell’Europa centrale, sottraendoli alle tutele delle convenzioni internazionali per volontà di Adolf Hitler che li fece ritenere internati militari italiani (Imi) con la scusa formale che tra Italia e Germania non c’era stato di guerra. La richiesta dell’ambasciatore del Regno del Sud verteva proprio su questo aspetto: doveva notificare la dichiarazione di guerra in un Paese neutrale, com’era la Spagna di Francisco Franco. 

Eisenhower pretendeva da Badoglio la tutela del diritto internazionale per i soldati

Il problema era giuridico ma anche sostanziale. L’aveva sollevato il comandante in capo alleato generale Dwight Eisenhower al capo del governo maresciallo Pietro Badoglio il 29 settembre 1943, sulla corazzata britannica “Nelson” durante la cerimonia di firma del cosiddetto “armistizio lungo”. Di quel colloquio abbiamo il testo del resoconto conservato nei Documenti diplomatici italiani. Eisenhower aveva chiesto se il governo regio fosse a conoscenza delle condizioni alle quali erano sottoposti i soldati italiani caduti in mani tedesche in un momento storico nel quale l’Italia combatteva la Germania «senza averle dichiarato guerra». Gli aveva risposto il capo di stato maggiore generale Vittorio Ambrosio: «Sono sicuro che li considerano partigiani». L’americano l’aveva incalzato: «Quindi passibili di fucilazione?». E gli aveva risposto Badoglio: «Senza dubbio». A questo punto Eisenhnower si era limitato a osservare: «Dal punto di vista alleato la situazione può anche restare com’è attualmente, ma per difendere questi uomini nel senso di farli divenire combattenti regolari, sarebbe assai più conveniente per l’Italia dichiarare la guerra».  

Il capo della legazione in Spagna aveva rifiutato di fare il ministro degli esteri per Mussolini 

Dopo quasi due settimane, il 12 ottobre, da Brindisi Badoglio invia un telegramma all’ambasciatore Giacomo Paulucci di Calboli: «Vostra Eccellenza est incaricata di comunicare at ambasciatore di Germania at Madrid, affinché lo partecipi al suo Governo, che di fronte ai continui e intensificati attacchi di guerra compiuti contro gli italiani dalle Forze Armate tedesche l’Italia si considera dalle ore 15 del giorno 13 ottobre in stato di guerra con la Germania. Stop». Il diplomatico qualche giorno prima aveva ricevuto una telefonata da Benito Mussolini in persona che gli aveva offerto la carica di ministro degli Esteri della Repubblica sociale, ma aveva declinato rimanendo fedele al giuramento al re. Siciliano di Caltagirone, era nato Giacomo Barone nel 1887, e nel 1920 aveva sposato Camilla Paulucci di Calboli il cui padre Raniero aveva voluto che adottasse il nome e il titolo di marchese per non interrompere la continuità del casato. Di solidi studi e di solida cultura giuridica, perfezionatosi a Berlino e a Oxford, aveva da subito avuto importanti incarichi diplomatici e ministeriali, e nel 1922 Mussolini lo volle come capo di gabinetto per gli Affari esteri. In seguito era stato vicepresidente e poi presidente dell’Istituto Luce, sottosegretario generale per l’Italia alla Società delle nazioni, inviato straordinario e ministro di prima classe, nonché consigliere dell’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente. Nel 1938 era stato nominato ambasciatore straordinario in Giappone, ma continuava a prestare la sua opera di presidente dell’Ente nazionale industrie cinematografiche (Enic). Ambasciatore a Bruxelles nel 1940, venne “congelato” per un biennio per aver assunto posizioni ritenute antitedesche, salvo essere inviato a Madrid nel 1943, con incarico confermato da Badoglio perché un uomo così poteva essere utile in una capitale neutrale. E quel momento era arrivato. 

La lettera recapitata al primo che aprì e subito corse dietro al consigliere La Terza

La barriera opposta da Dieckhoff a perfezionare l’iter del diritto internazionale per la dichiarazione di guerra viene aggirata da Paulucci dando un preciso incarico al consigliere Pierluigi La Terza: presentarsi all’ambasciata del Terzo Reich al Paseo de la Castellana e consegnare a qualunque addetto si fosse presentato alla porta la dichiarazione di guerra. Alle 13.45 del 13 ottobre 1943 era quello che La Terza aveva fatto, andandosene subito dopo per tornare a Calle Lagasca. Ma il tedesco, passato il momento di smarrimento, si era messo all’inseguimento del consigliere e una volta raggiunto, tra la curiosità e l’attenzione dei passanti per quell’animato siparietto, gli aveva inserito nella tasca della giacca la lettera che gli era stata consegnata poco prima. La Terza era rientrato a Palazzo de Amboage e aveva raccontato l’accaduto a Paulucci che da esperto ne concluse come lui che per respingere la dichiarazione l’avevano letta e questo, per il diritto internazionale, equivale a una notifica con tutte le regole per la sua validità. Ne aveva quindi comunicato a Brindisi l’efficacia. Badoglio annuncia le ostilità col Reich pubblicamente dai microfoni di Radio Bari, affiancato dal generale Maxwell D. Taylor, parlando prima dei soprusi, delle violenze e della ferocia dei tedeschi «contro le inermi popolazioni», poi con tono fermo lancia il proclama: «Non vi sarà pace finché un solo tedesco calcherà il nostro suolo. Noi dobbiamo tutti compatti marciare avanti con i nostri amici degli Stati Uniti d’America, della Gran Bretagna, della Russia e delle altre Nazioni Unite». 

I dubbi sulla validità giuridica e la mancanza di un trattato di pace con la Germania

Sulla reale validità giuridica della dichiarazione di guerra l’autorevole storico Pietro Pastorelli (1932-2013) si è pronunciato negativamente (Dalla prima alla seconda guerra mondiale: momenti e problemi della politica estera italiana 1914-1943, Milano 1997), facendo leva sul fatto che in base a quanto previsto dalle clausole dell’ “armistizio lungo” il governo italiano non era soggetto di diritto internazionale, non essendo riconosciuto a livello diplomatico (la prima nazione a farlo sarà l’Unione Sovietica di Stalin nel marzo 1944, suscitando la reazione piccata di Usa e Gran Bretagna) e quindi non era titolata a dichiarare guerra e a compiere atti di diritto internazionale non avendone la personalità giuridica. D’altronde l’Italia non sarà affatto considerata “alleata” dagli Alleati e il 10 febbraio 1947, da ex cobelligerante, firmerà a Parigi il trattato di pace come Paese sconfitto. E non ci sarà nessun trattato di pace con la Germania, contro cui comunque c’era stata una guerra dichiarata il 13 ottobre 1943 a Madrid e combattuta di fatto fino al 2 maggio 1945, quando entrò in vigore la Resa di Caserta firmata il 29 aprile. Quanto all’ambasciatore Paulucci, sarà messo sotto inchiesta dall’Alto commissariato per l’epurazione durante il Governo Bonomi, e destituito nel settembre 1944. Verrà riabilitato solo nel 1950, ma non vorrà rientrare in diplomazia, rimanendo attivo sui temi della riconciliazione internazionale e sulle posizioni atlantiste. Si spegnerà a Roma il 22 febbraio 1961. 

 

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