martedì, Agosto 25, 2026
spot_imgspot_imgspot_imgspot_img

Le tensioni tra Israele e Turchia sulla Siria rischiano di travolgere gli interessi della …

AGI – La critica pubblica al raid israeliano da parte di Tom Barrack, ambasciatore degli Usa in Turchia e diplomatico di punta dell’amministrazione statunitense responsabile per la Siria, considerato una delle figure più vicine al presidente Donald Trump, non ha ricevuto un sostegno unanime in patria.

Le parole di Barrack hanno inoltre messo in luce le divisioni all’interno del movimento ‘Maga’ e sollevato interrogativi su quale sia realmente la posizione della Casa Bianca nella disputa. Per anni, Usa e Israele hanno agito all’unisono, sulla convinzione che i loro obiettivi regionali fossero sostanzialmente identici. Oggi la Casa Bianca si trova a constatare che alcune mosse di Israele, in particolare i suoi tentativi aggressivi di tracciare nuove ‘linee rosse’, finiscono per minare direttamente gli interessi strategici degli Usa.

I timori di Washington

Mentre Washington è concentrata su un delicato piano di stabilizzazione regionale, con l’obiettivo di “calmare la situazione” attraverso la diplomazia, la priorità di Israele nella Siria del post Assad è fare in modo che il Paese rimanga debole, frammentato. È proprio questo disallineamento a scuotere la base Usa: il rischio che un Paese alleato agisca danneggiando attivamente gli obiettivi strategici di Washington. Abu al-Duhur è una base aerea militare siriana e, secondo la versione israeliana dei fatti, è diventata un obiettivo perché le forze turche si stavano preparando a dispiegarvisi.

 

 

Questa è la prima tesi, quella sostenuta da Tel Aviv: il ministro della Difesa israeliano Israel Katz sostiene che il Paese avesse condiviso in anticipo tali informazioni con Washington e che, non avendo ricevuto alcuna risposta, il raid sia stato comunque effettuato. La seconda tesi proviene dalla parte americana e mette in discussione i fatti stessi. Secondo la ricostruzione di Barrack, l’intelligence americana avrebbe verificato sul terreno le informazioni israeliane e non avrebbe rilevato alcun movimento turco verso la base, distante peraltro pochi km dal confine turco. Ankara, peraltro, ha concluso accordi di cooperazione e training militare con Damasco. Barrack non si è limitato a contestare le informazioni d’intelligence. Ha definito il raid “un’escalation non necessaria” e si è spinto oltre, avanzando l’ipotesi che Israele volesse spingere la Turchia a una propria risposta militare, uno scenario che, secondo lui, avrebbe favorito gli interessi del premier Benjamin Netanyahu in vista delle elezioni.

Trump ammonisce Netanyahu

Già durante un briefing ad aprile, il presidente Trump aveva detto direttamente a Netanyahu che doveva essere “ragionevole” nella sua disputa con la Turchia, un avvertimento arrivato ben prima che Abu al-Duhur rendesse pubblica la frattura. Poi, il 30 maggio, il segretario di Stato Marco Rubio ha eliminato ogni possibile dubbio sulla posizione dell’amministrazione nei confronti di Barrack, definito “un membro indispensabile della squadra del presidente”, che opera “con il pieno sostegno del Dipartimento di Stato”. 

Entrambi gli episodi indicano la stessa direzione: quando le obiezioni israeliane si sono scontrate con la valutazione di Trump e del suo inviato sulla Turchia e sulla Siria, il presidente ha scelto di schierarsi con il proprio rappresentante. Israele, in base a quanto dichiarato da Barrack, tende ad affrontare queste questioni da una prospettiva esclusivamente securitaria, mentre l’amministrazione Trump le inserisce in un quadro più ampio, che deve tenere conto anche della diplomazia, delle pressioni politiche e dei rapporti con gli attori regionali.

La questione siriana e le ‘linee rosse’ di Israele

La prova più evidente di questo approccio più ampio è emersa pochi giorni dopo il raid, quando il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani è tornato a incontrare ad Amman, in Giordania, una delegazione israeliana di alto livello, che secondo quanto riferito comprendeva anche il capo del Mossad, Roman Gofman, sotto la mediazione degli Stati Uniti. L’agenzia di Stato siriana Sana ha riferito che i colloqui si sono concentrati sui meccanismi per fermare i raid israeliani, gli arresti e le operazioni mirate, nonché sulla ripresa dei negoziati per raggiungere un accordo di sicurezza duraturo. Secondo quanto dichiarato da Shaibani a Reuters, la Siria aveva interrotto completamente i contatti dopo Abu al-Duhur, mentre il più ampio percorso negoziale era rimasto congelato dalla guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Amman ha dunque rappresentato il tentativo di Washington di riportare entrambe le parti al tavolo, dopo che Damasco si era allontanata dal processo.

Secondo il Jerusalem Post, le parti avrebbero discusso della creazione in Giordania di una sala di coordinamento attraverso la quale Israele, Siria e potenzialmente anche la Turchia potrebbero comunicare direttamente, evitando di ricorrere all’escalation militare. Secondo i media israeliani, Israele si è presentato al round di Amman con una serie di ‘linee rosse’: nessuna attività militare turca in Siria, un Golan siriano demilitarizzato, garanzie per la comunità drusa, limiti ai sistemi d’arma che Damasco può acquisire e qualsiasi eventuale ritiro israeliano subordinato all’ottenimento di ulteriori risultati diplomatici.

Damasco, secondo quanto riferito, vuole che Israele torni alle posizioni occupate prima della caduta di Assad e ripristini il quadro previsto dall’accordo di disimpegno del 1974. La Siria respinge inoltre qualsiasi limitazione israeliana agli aiuti militari che può ricevere dalla Turchia. Nulla di tutto questo sembra indicare una Casa Bianca che scelga una parte per ragioni sentimentali. Sembra piuttosto la fotografia di una Casa Bianca impegnata a gestire un alleato i cui istinti predatori continuano a entrare in collisione con la strategia della stessa amministrazione.

 

 

 ​ Read More 

​ 

VIRGO FUND

PRIMO PIANO