AGI – Per anni l’intelligenza artificiale sugli smartphone è stata usata soprattutto per correggere le foto tagliando soggetti ‘sgraditi’, mettendo filtri e rivconoscendo l’ambiente per ottimizzare il risultato. Piccoli automatismi, quasi dei gadget.
Oggi, secondo i principali produttori, sta cambiando la natura stessa dell’esperienza mobile: da funzione “in più” as assistente integrato, capace di agire su tante micro-attività quotidiane, con un impatto che si misura più in tempo risparmiato che in effetti speciali.
Da gadget ad assistente personale
Giorgia Bulgarella, direttrice marketing di Motorola racconta il passaggio culturale: all’inizio l’IA è stata “percepita ma anche comunicata come un gadget”, utile a differenziare un mercato poco distinto. Ora, invece, “si sta evolvendo” ed è “più percepita come un assistente, ma anche utilizzata come un assistente”.
Nel caso Motorola, cita l’uso crescente di “Moto AI” come segnale che le persone “iniziano a interagire”. E guarda oltre: il salto più grande sarà verso “un’intelligenza artificiale agentica”, in cui l’ecosistema conta più del singolo device: molti dispositivi interconnessi, “al centro l’individuo e l’agente” in grado di imparare proattivamente abitudini e bisogni.
Samsung spinge sullo stesso concetto in chiave pratica. Nicolò Bellorini, vicepresidente della casa sudcoreana in Italia, insiste che l’IA deve servire davvero: “L’importante è erogare dei servizi che servono, che siano utili, non semplicemente che aiutano a dare dei titoli sui giornali”. E spiega l’effetto reale: un aumento di produttività che nasce “dalla somma di piccolissimi aumenti” su operazioni quotidiane, dal browsing di documenti lunghi al ritocco foto, miglioramento video e traduzioni “con linguaggio naturale”, senza costringere l’utente a imparare nuove app o procedure.
On-device o cloud? La risposta è ibrida
Il grande dibattito è dove “vive” l’IA: sul dispositivo o nel cloud? Huawei, con Andreas Zimmer (Head of Product per l’Europa), difende una filosofia storica: “Abbiamo cercato di mettere il più possibile sul dispositivo”, cioè IA “sull’edge”. E indica due vantaggi: non solo privacy, ma anche velocità (“latenza praticamente zero”). Il cloud resta necessario quando serve “informazione da fonti esterne” o conoscenza ampia, ma “quando possibile, la soluzione dovrebbe essere” on-device.
Samsung converge sul modello ibrido ma mette al centro la governance del dato: “ci saranno entrambi. La cosa importante è dare la possibilità di scegliere, cioè di poter decidere dove il dato deve stare”. E collega questa promessa a strumenti di sicurezza e trasparenza: piattaforma Knox e controlli privacy nell’interfaccia, per decidere “in ogni momento” se i dati restano sul device o possono essere condivisi in cloud e per gestire e revocare i permessi delle app. Non vince solo l’AI più potente, ma quella che dà più fiducia all’utente e alle aziende su dove vanno a finire i dati.
L’AI come “motore” di nuove forme di interazione, anche sui pieghevoli
Dove l’A diventa più visibile è nei nuovi form factor. Samsung, parlando dei pieghevoli, descrive dispositivi che “ridefiniscono l’esperienza mobile” come strumenti per produttività e creatività, grazie a funzioni avanzate. E cita esempi concreti, come il multitasking più spinto e nuove modalità di interazione.
Honor, dal canto suo, ha dato al MWC dimostrazioni di “IA fisica”. Pier Giorgio Furcas, direttore commerciale della casa cinese, introduce un’idea interessante: la fotocamera non più “passiva” ma “attiva”, capace di “esplorare il mondo circostante” e dialogare con il contesto, avvicinandosi al concetto di assistente “tout court”.
Il vincolo “invisibile”: chip e memoria
L’altra faccia dell’IA è l’hardware: più intelligenza artificiale significa più bisogno di calcolo e memoria. Furcas lo dice in modo diretto: “per l’intelligenza artificiale ci sono due elementi: un chipset e la memoria”. E avverte che la domanda crescente “sta facendo lievitare i costi”, soprattutto lato memoria, motivo per cui Honor punta su una “partnership molto forte” con i fornitori con una strategia: se i costi aumentano bisogna aggiungere feature per giustificare il valore.
Anche Motorola lega l’evoluzione dell’IA alla pressione sulla filiera. L’intelligenza artificiale è ormai “embedded” anche sulla fascia media, quindi da tema di costo per il consumatore si è trasformato in un problema di componenti e di pianificazione, perché quando la domanda corre più veloce delle previsioni “mancano le materie prime”.
Dimon hu Xin (CMO Honor Europa) inquadra il problema come sistemico e lo collega alla “sfida comune per tutta l’industria” rappresentata dalla “rapida impennata della domanda di IA”.
Servizi a pagamento e abbonamenti: prospettiva reale o ancora prematura?
A questo punto il problema per le aziende è come continuare a guadagnare anche dopo aver venduto lo smartphone. Pagheremo abbonamenti per funzioni “smart”? I colloqui al Mobile World Congress di Barcellona suggeriscono prudenza. Bellorini insiste sul controllo e sull’integrazione nell’esperienza. Furcas osserva che oggi l’utente tende a pagare più volentieri intrattenimento che feature di telefono, e che l’eventuale ruolo di monetizzazione potrebbe essere più degli operatori con offerte integrate che dei brand con paywall aggressivi.
Honor, con Dimon, sposta il focus sul valore complessivo e sull’ecosistema: “Portare valore al consumatore non solo attraverso lo smartphone, ma attraverso l’intero ecosistema”, con una strategia che include PC, tablet, wearable e AIoT.
La promessa è che l’IA diventerà meno da dimostrazione e più da quotidiano. Una funzione che permea lo smartphone e lo rende più personale, più veloce e – se i produttori manterranno la parola – più controllabile.



