sabato, Gennaio 10, 2026
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L’ingegneria delle staminali apre la strada ai farmaci viventi

AGI – Una svolta nell’ingegneria delle cellule staminali potrebbe rendere le terapie cellulari più accessibili, scalabili ed economiche, aprendo la strada a una nuova generazione di ‘farmaci viventi‘ pronti all’uso contro tumori, malattie autoimmuni e infezioni. Per la prima volta, ricercatori della University of British Columbia (UBC) sono riusciti a produrre in modo affidabile cellule T helper umane a partire da cellule staminali pluripotenti in condizioni di laboratorio controllate. Lo studio, pubblicato sulla rivista Cell Stem Cell, supera uno degli ostacoli principali che finora ha limitato lo sviluppo industriale delle terapie cellulari: l’impossibilità di generare in modo consistente cellule T helper, fondamentali per sostenere e coordinare una risposta immunitaria efficace e duratura.

Negli ultimi anni, terapie come le CAR-T hanno mostrato risultati straordinari nel trattamento di tumori altrimenti incurabili, trasformando le cellule immunitarie dei pazienti in veri e propri ‘farmaci viventi‘. Tuttavia, questi trattamenti sono ancora costosi e complessi, perché basati su cellule prelevate e modificate singolarmente per ciascun paziente, con tempi di produzione lunghi e costi elevati. “Il nostro obiettivo a lungo termine è sviluppare terapie cellulari ‘off-the-shelf’, prodotte in anticipo e su larga scala a partire da una fonte rinnovabile come le cellule staminali“, spiega Peter Zandstra, co-autore senior dello studio e direttore della School of Biomedical Engineering di UBC: “Questo lavoro mostra per la prima volta un modo affidabile e scalabile per ottenere diversi tipi di cellule immunitarie, un passaggio cruciale per rendere queste terapie disponibili a molti più pazienti”.

Il ruolo del segnale Notch nella produzione di cellule T helper

Le terapie cellulari funzionano al meglio quando sono presenti sia le cellule T ‘killer’ (CD8), che distruggono direttamente le cellule tumorali o infette, sia le cellule T helper (CD4), che coordinano l’intera risposta immunitaria e ne garantiscono la persistenza nel tempo. Finora, mentre la produzione di cellule T killer da cellule staminali aveva fatto progressi, la generazione affidabile di cellule T helper era rimasta fuori portata. I ricercatori di UBC hanno individuato il ruolo chiave di un segnale biologico chiamato Notch, dimostrando che la sua attivazione deve essere finemente regolata nel tempo. Se il segnale Notch rimane attivo troppo a lungo durante lo sviluppo cellulare, impedisce la formazione delle cellule T helper. Riducendolo in modo preciso e controllato, il team è riuscito a indirizzare le cellule staminali verso la produzione selettiva di cellule T helper o T killer. “Regolando con precisione quando e quanto ridurre questo segnale, siamo riusciti a guidare lo sviluppo delle cellule nella direzione desiderata”, spiega Ross Jones, co-primo autore dello studio: “Il tutto in condizioni compatibili con i processi di biomanifattura reali, un passo essenziale per trasformare questa scoperta in una terapia concreta“. I test hanno dimostrato che le cellule T helper prodotte in laboratorio non solo assomigliano a quelle naturali, ma si comportano come tali: presentano marcatori di maturazione corretti, un’ampia diversità di recettori immunitari e la capacità di differenziarsi in sottotipi con funzioni specifiche. Secondo gli autori, la possibilità di generare e bilanciare con precisione cellule T helper e T killer rappresenta un avanzamento decisivo per lo sviluppo di terapie immunitarie più efficaci, durature e accessibili, ponendo le basi per futuri trattamenti cellulari standardizzati e pronti all’uso.

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