AGI – Il territorio autonomo danese della Groenlandia è stato catapultato sotto i riflettori per le ambizioni statunitensi per le sue risorse naturali e la sua posizione geografica strategica.
Colonizzata dalla Danimarca 300 anni fa
L’isola fu integrata nel Regno di Danimarca nel 1953. Nel 1979, Copenaghen concesse alla Groenlandia l’autonomia ulteriormente estesa con una legge del 2009, sebbene Copenaghen decida ancora sulla politica estera e sulle questioni militari. L’economia, basata principalmente sull’industria della pesca, dipende fortemente dai sussidi di Copenaghen per oltre 550 milioni di euro, equivalenti a un quinto del PIL dell’isola. Contrariamente alla Danimarca, la Groenlandia non è membro dell’Unione Europea da cui si è ritirata nel 1985. Oltre il 90% dei suoi 57.000 abitanti, circa 19.000 dei quali vivono nella capitale Nuuk, sono Inuit.
La Dottrina Monroe
Trump ripete da un anno che gli Stati Uniti “hanno davvero bisogno della Groenlandia per la sicurezza mondiale internazionale. Non è una novità: nella Dottrina Monroe del 1823, gli Stati Uniti sostenevano che la Groenlandia faceva parte della sua “sfera di interessi”. Quasi un secolo dopo, nel 1917, Washington acquisì le Isole Vergini dalla Danimarca e riconobbe la sovranità della Danimarca sulla Groenlandia. Durante la seconda guerra mondiale, quando la Danimarca fu occupata dalla Germania, la Groenlandia passò sotto la protezione degli Stati Uniti e fu restituita alla Danimarca alla fine della guerra. Gli Stati Uniti mantennero diverse grandi basi militari. Una di queste, Pituffik, nel nord-ovest dell’isola, è ancora in uso. Il suolo della Groenlandia è ricco di riserve minerali e petrolifere inutilizzate, ma su scala globale le quantità sono modeste. E attualmente ci sono solo due miniere in uso.
Le terre rare della Groenlandia
La loro domanda dovrebbe aumentare in futuro, sono stimate in 36,1 miliardi di tonnellate dal Geological Survey of Denmark and Greenland (GEUS), ma le sue riserve economicamente e tecnicamente recuperabili, ammontano a solo circa 1,5 milioni di tonnellate. L’opposizione pubblica all’estrazione di uranio nella Groenlandia meridionale ha anche portato a una legge che vieta qualsiasi estrazione di materiali radioattivi. Si ritiene inoltre che l’isola sia situata su un’abbondanza di petrolio e gas, ma ha sospeso l’esplorazione per timori legati alla tutela dell’ambiente e mira invece a sviluppare l’energia idroelettrica. Lo scioglimento dei ghiacciai sta anche rilasciando una farina di roccia ricca di minerali che può essere utilizzata come fertilizzante nei terreni impoveriti o aridi in Africa e Sud America.
L’enorme territorio sta sperimentando in prima persona gli effetti del riscaldamento globale, con l’Artico che si riscalda quattro volte più velocemente del resto del pianeta. Numerosi studi hanno anche dimostrato che lo scioglimento della calotta glaciale della Groenlandia ha accelerato dal 1979. Se la massa di ghiaccio, la seconda più grande al mondo dopo l’Antartide, dovesse sciogliersi completamente, potrebbe causare un innalzamento del livello del mare di oltre sette metri.
La Groenlandia non ha una rete stradale o ferroviaria
Per i trasporti ci si affida a elicotteri, aerei e barche. Lo scioglimento dei ghiacci stanno nel frattempo aprendo nuove e più brevi rotte di navigazione, rafforzando la posizione strategica del territorio. Conta sulla crescita del turismo per dare impulso alla sua economia: a novembre l’aeroporto di Nuuk è stato aperto ai voli a lungo raggio, rendendo più facile l’accesso internazionale al territorio. Sfruttare le risorse della Groenlandia non è però facile nè economico. Un esempio per tutti: prima di fondere il suo primo lingotto d’oro, la società Amaroq ha dovuto costruire un porto e alloggi per 100 persone, ripristinare una strada e attrezzature per il trasporto, un puzzle logistico che mostra la complessità dell’attività di estrazione mineraria in un ambiente così ostile.
“È ovviamente molto più difficile che avviare qualsiasi altra attività nel mondo”, dice Eldur Olafsson, direttore della società mineraria canadese che gestisce una delle due sole miniere attualmente operative nella Groenlandia meridionale. Per molti – e forse anche nella mente del presidente degli Stati Uniti – lo sfruttamento delle risorse minerarie potrebbe generare entrate in grado di sostituire gli oltre 550 milioni di euro che attualmente la Groenlandia riceve annualmente dalla Danimarca.
Le ricchezze sotterranee
Grazie alle sue ricchezze sotterranee, la Groenlandia “potrebbe diventare un attore chiave” nell’industria mineraria mondiale, dice Thomas Varming, geofisico e consulente del Geological Survey of Denmark and Greenland. “Molti dei nostri depositi sono cruciali per la transizione ecologica. Abbiamo minerali utilizzati nelle batterie – litio, grafite – ed elementi essenziali per magneti ad alta potenza utilizzati nelle turbine eoliche, nelle auto elettriche o nell’elettrificazione del trasporto ferroviario”. Ma la redditività dell’industria mineraria dipenderà in larga misura dall’evoluzione dei prezzi delle materie prime, che attualmente sono troppo bassi.
Situata nell’Artico, la Groenlandia è ricoperta per l’80% da ghiaccio, ha un clima estremo e le infrastrutture sono quasi inesistenti e le restrizioni ambientali sono significative. Questi fattori rendono i costi di estrazione più elevati rispetto a paesi come la Cina, una potenza mineraria che non deve affrontare gli stessi problemi. “Sono stati proposti numerosi progetti minerari e nulla è stato realizzato. Semplicemente non esiste un modello di business praticabile”, afferma un economista. La Greenland Ruby Company, che gestiva una piccola miniera di rubini, è fallita l’anno scorso.
“Lo sviluppo minerario à un processo molto lento. Ci vogliono circa 16 anni perché un progetto diventi una miniera. Durante quel periodo si spendono molti soldi e non si guadagna praticamente nulla”, ha spiegato Naaja Nathanielsen, Ministro per le risorse minerarie della Groenlandia, alla vigilia delle elezioni del marzo scorso. Le autorità groenlandesi, responsabili della gestione delle risorse minerarie, hanno stabilito che non sarà consentita alcuna estrazione di uranio o idrocarburi, né l’attività mineraria sottomarina.
Per ora, il peso dell’industria mineraria nell’economia groenlandese rimane insignificante, soprattutto perché spesso i posti di lavoro vengono assegnati a lavoratori stranieri a causa della mancanza di manodopera locale qualificata. Sebbene sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea abbiano firmato accordi di cooperazione con la Groenlandia, il promesso boom minerario resta solo una possibilità, lasciando l’isola priva di un pilastro essenziale della sua autonomia economica.



