mercoledì, Luglio 1, 2026
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Quando la performance cambia il modo in cui ci amiamo

AGI – Chi viene formato a misurare le persone sulla loro utilità non sa spegnere questo meccanismo quando entra dalla porta di casa. Dopo aver affrontato il disagio giovanile e la crisi della coppia non come due emergenze separate, Cristina Berrettini, antropologa e consulente familiare, spiega come i valori del mondo del lavoro attraversano la soglia di casa. E quello che succede dopo.

Uno studio del 2016 condotto su 261 manager senior rilevò che il 21% mostrava tratti psicopatici clinicamente significativi: scarsa empatia, egocentrismo, tendenza alla menzogna. Berrettini, che lavora a Roma con famiglie, coppie e individui, lo usa come una domanda rimasta senza risposta.

Che domanda si pone, partendo da quello studio?

“Lo studio ha limiti evidenti: campione circoscritto, settore specifico, ormai datato. Non è un verdetto sui manager. Ma la domanda resta: perché gli stessi tratti che la psicologia classifica come disfunzionali vengono selezionati, premiati e ribattezzati in contesto lavorativo? Determinazione. Visione. Capacità decisionale. Non sono tratti diversi dalla psicopatia. Sono gli stessi tratti, letti attraverso un sistema di valori diverso”.

Cosa ci dice, esattamente, questo sistema di valori?

“Che decide cosa è risorsa e cosa è inadeguatezza in base a dove produce profitto. Ho lavorato con persone descritte sul lavoro come ‘troppo empatiche’, incapaci di gestire i conflitti con freddezza. Quella stessa empatia, in famiglia, era esattamente ciò che teneva insieme le relazioni. Stessa persona, stesso tratto, due giudizi opposti. Come antropologa mi chiedo: chi decide qual è il contesto giusto per misurare una persona?”

E la sua risposta?

“Che il problema non è la persona. È il sistema che quella persona ha dovuto imparare a parlare. Negli anni Ottanta la sociologa Arlie Hochschild chiamò ‘lavoro emotivo’ lo sforzo di gestire i propri stati d’animo per rispondere alle aspettative di un contesto. Lo descriveva per lavori di cura e servizio. Oggi è il requisito non scritto di qualsiasi posizione manageriale. E come ogni lavoro pesante, logora. Il problema è che il logoramento non rimane in ufficio”.

 

Cosa intende, in pratica?

“Nella mia esperienza ho incontrato, con varianti diverse, una figura ricorrente: una persona che anni prima era descritta come sensibile, capace di ascolto. Poi è arrivato il sistema che la carriera porta con sé: costretta a fare scelte che non condivideva, a tagliare relazioni per rispettare obiettivi. Ha imparato a sopravvivere. Ha imparato il linguaggio. E quel linguaggio lo porta a casa. Non per cattiveria, ma per abitudine”.

Quale linguaggio?

“La frase spia, quella che sento in varianti diverse, è questa: ‘ho impegni non negoziabili’. È il linguaggio del contratto applicato a una relazione. Non è una bugia. È l’unico vocabolario rimasto disponibile. Lo stesso meccanismo entra nei rapporti con i figli. Mi capita spesso di sentire: ‘dottoressa, non riesco a gestire mio figlio.’ Le risorse di un progetto si gestiscono. Un figlio no. Portare quel frame in famiglia significa già aver deciso che la relazione ha un obiettivo da ottimizzare, non una persona da incontrare”.

Lei però parla anche di un secondo meccanismo, meno visibile

“Sì, e altrettanto preciso. Non tutte le famiglie che vedo hanno percorsi di successo alle spalle. La logica della performance colpisce anche dall’altra parte: non chi ha scalato il sistema, ma chi si è sentito inadeguato a farlo, chi ha interiorizzato la vergogna che la società meritocratica riserva a chi ‘non ce la fa’. In un sistema che promette pari opportunità, il fallimento non è più sfortuna. È colpa. E quella colpa entra in casa con effetti speculari”.

Può essere più concreta?

“Ho famiglie con genitori che hanno costruito percorsi solidi e non capiscono perché i figli si ritirino. E ho figli di famiglie che si sono ritrovate un gradino più in basso di dove si aspettavano di stare, che si vergognano dei genitori: non delle persone, ma di quello che rappresentano su una scala di valore che nessuno ha scelto, ma tutti hanno interiorizzato. Due famiglie diverse. La stessa cultura”.

Cosa trasmette questa generazione di genitori?

“Non aspettative dall’esterno, come pressione sociale visibile, contro cui ci si poteva anche ribellare. Trasmette una prova vivente. Il percorso fatto, la posizione raggiunta, o al contrario la fatica di non averla raggiunta: è lì, quotidiano, visibile. Il figlio non riceve un’aspettativa astratta. Riceve uno specchio in cui misurarsi senza che nessuno glielo chieda”.

Allora di chi è la responsabilità?

“È il punto che mi trovo a ripetere più spesso: nessun genitore fa niente di sbagliato. Non serve fare niente di sbagliato quando il sistema culturale parla al posto tuo. Il fallimento educativo non nasce dalla cattiva volontà, nasce dall’impossibilità strutturale di tenere fuori casa un sistema di valori che non ha porte né confini. Quel sistema non ha confini: entra in casa, si siede a tavola, plasma il modo in cui le persone si guardano, si misurano, si amano o smettono di farlo”.

E quindi cosa cambia, riconoscerlo come sistema?

“Riconoscerlo come sistema, non come carattere o colpa individuale, è il primo passo. Non basta. Ma cambia la domanda che ci si pone. E una domanda diversa, nel lavoro di consulenza, è già metà del lavoro”.

C’è qualcosa che la colpisce, alla fine di queste conversazioni?

“Sì. I genitori delle generazioni precedenti non parlavano dei figli a cena con gli amici. Se ne guardavano bene, quasi per istinto. Forse sapevano qualcosa che noi abbiamo dimenticato: che un figlio ha bisogno di uno spazio in cui esistere per conto suo, lontano dallo sguardo di chi lo ama. Quando quel confine è sparito, e perché, è la domanda che mi sembra più urgente in questo momento”.

 

 

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