giovedì, Giugno 20, 2024
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Raisi, il presidente che studiava da Guida Suprema

AGI – Ebrahim Raisi, la cui morte nell’incidente di elicottero nel Nord-Ovest del Paese è stata confermata ancheda fonti ufficiali, era presidente della Repubblica islamica da tre anni, in un contesto di forti tensioni internazionali e diffusa contestazione interna. L’ayatollah Raisi, 63 anni, era considerato un ultraconservatore ed è stato il candidato appoggiato dalla Guida Suprema, Ali Khamenei, nelle presidenziali del 2021, quando ai rivali principali fu impedito di candidarsi. Con la presidenza di Raisi, tutti i rami del potere in Iran sono finiti sotto il controllo delle fazioni estremiste anti-occidentali, fedeli a Khamenei, e si è intensificata la repressione del dissenso.

 

Presentandosi come paladino delle classi svantaggiate e della lotta alla corruzione, Raisi fu eletto il 18 giugno 2021 al primo turno di una votazione caratterizzata da un’astensione record e dall’assenza di reali concorrenti. Succedette al più moderato Hassan Rouhani – fautore dell’accordo sul nucleare del 2015 – che lo aveva battuto alle elezioni presidenziali del 2017 ma che non poteva più ricandidarsi dopo due mandati consecutivi. Raisi uscì rafforzato dalle elezioni legislative tenutesi a marzo scorso, la prima consultazione nazionale dopo il vasto movimento di protesta Donna, vita, libertà che ha scosso l’Iran alla fine del 2022, in seguito al decesso di Mahsa Amini, la ragazza morta a Teheran mentre era in custodia della polizia morale, che l’aveva arrestata perché non avrebbe indossato correttamente il velo. Il Parlamento, che si insedierà il 27 maggio, sarà in gran parte sotto il controllo dei conservatori e degli ultraconservatori, che sostengono il suo governo.

 

Negli ultimi mesi, Raisi si era presentato come un avversario risoluto di Israele, il nemico giurato della Repubblica islamica, sostenendo Hamas fin dall’inizio della guerra con Israele nella Striscia di Gaza, seguita alla carneficina del 7 ottobre nei kibbutz. Aveva salutato con favore l’attacco senza precedenti lanciato dall’Iran il 13 aprile contro Israele, con 350 droni e missili, la maggior parte dei quali sono stati intercettati con l’aiuto degli Stati Uniti e di numerosi altri Paesi alleati. Nato nel novembre del 1960 nella città santa sciita di Mashhad (Nord-Est), Raisi ha fatto carriera nel sistema giudiziario per tre decenni, dopo essere stato nominato procuratore generale di Karaj, vicino a Teheran, a soli 20 anni, in sulla scia della vittoria della Rivoluzione islamica del 1979.

 

Nel 2016, Khamenei lo aveva posto alla guida della potente fondazione benefica Astan Quds Razavi, che gestisce il mausoleo dell’Imam Reza a Mashhad oltre a un immenso patrimonio industriale e immobiliare. Nel 2019, Khamenei lo pose alla guida della magistratura e poco dopo scattarono nei suoi confronti le sanzioni statunitensi, per il ruolo che aveva avuto nelle esecuzioni di migliaia di prigionieri politici nel 1988; una responsabilità che gli valse l’appellativo di “macellaio di Teheran”. L’Iran non ha mai riconosciuto tali uccisioni. Come temuto dai dissidenti, la sua presidenza vide un’impennata di esecuzioni capitali e di repressione.

 

Senza molto carisma e sempre con in testa il classico turbante nero che caratterizza i ‘seyyed’, i discendenti di Maometto, Raisi frequentò i corsi di religione e giurisprudenza islamica dell’ayatollah Khamenei. Era sposato con Jamileh Alamolhoda, professoressa di scienze dell’educazione all’università Shahid Beheshti di Teheran, dalla quale ha avuto due figlie. Il presidente iraniano era considerato tra i favoriti per la successione all’ormai anziano e malato Khamenei. Se dovesse aver perso la vita nell’incidente di oggi, la guida del governo passerebbe al suo vice, Mohammad Mokhber, e dovrebbero essere indette nuove elezioni entro i prossimi 50 giorni.

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