venerdì, Agosto 28, 2026
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Riprendere il cammino verso la Ue oppure no, l’Islanda alle urne

AGI – Sabato in Islanda si voterà sulla ripresa dei negoziati di adesione all’Unione Europea, in un referendum che si preannuncia molto combattuto. Non viene chiesto alla popolazione di decidere subito se intende aderire al blocco dei 27 Stati membri, ma solo se desidera che il governo negozi i possibili termini, anche sulla delicata questione della pesca.

La posizione della premier

“Questa è un’opportunità, non una decisione definitiva”, ha dichiarato la premier Kristrun Frostadottir, sostenendo che il referendum aprirebbe la strada a un “Sì” che riduce i rischi”. “In questo modo si ha un accordo sul tavolo, si possono esaminare tutte le domande e ottenere tutte le risposte che ci vengono poste”, ha aggiunto.

Il quesito referendario

Sabato, agli elettori verrà chiesto di rispondere “Sì” o “No” a una domanda molto diretta: “L’Islanda dovrebbe riprendere i negoziati di adesione all’Unione europea?”. Sottintesa è la questione se il Paese, che conta 400.000 abitanti, ritenga in definitiva più opportuno mantenere il pieno controllo della propria economia o legarsi all’Ue.

I passaggi successivi

Se vincesse il “Sì”, un accordo di adesione negoziato con Bruxelles verrebbe sottoposto a un nuovo referendum e probabilmente richiederebbe una modifica della Costituzione islandese, oltre alla ratifica da parte degli Stati membri dell’Ue.

La domanda di adesione

L’isola del Nord Atlantico ha presentato domanda di adesione al blocco nel 2009, un anno dopo che la crisi finanziaria del 2008 aveva portato al collasso delle sue banche e della sua economia. I negoziati di adesione, iniziati nel 2010, furono sospesi nel 2013 dopo l’insediamento di un governo euroscettico. Da allora il mondo è cambiato radicalmente. “L’Ue si sta guardando intorno, sta finalizzando accordi con l’India e con il Mercosur. Stiamo assistendo a cambiamenti nel clima globale e all’uso dei dazi doganali come arma”, ha osservato Frostadottir.

Economia e attrattiva dell’euro

Mentre l’economia islandese è di nuovo in piena espansione, seppur con una valuta volatile, le famiglie faticano a fronteggiare l’inflazione crescente e i tassi d’interesse alle stelle, con la banca centrale che li ha aumentati tre volte dall’inizio dell’anno, portandoli all’8%. Questo rende l’euro un’opzione allettante per le famiglie indebitate.

Le preoccupazioni geopolitiche

Sul piano globale, il ritorno della guerra in Europa con l’invasione russa dell’Ucraina ha scosso le consolidate dottrine di sicurezza. Le minacce del presidente statunitense Donald Trump di annettere la vicina Groenlandia hanno ulteriormente alimentato le preoccupazioni degli abitanti dell’isola che, strategicamente situata nella regione subartica, non ha un esercito e dipende dalla Nato e da un accordo bilaterale del 1951 con gli Stati Uniti per la sua difesa.

Il dibattito interno

“Lo sconvolgimento geopolitico a cui abbiamo assistito di recente non è la causa principale di questo referendum. Ma ovviamente, queste preoccupazioni stanno influenzando il dibattito”, dice Eirikur Bergmann, professore all’Università di Bifrost. “Soprattutto l’aggressione nei confronti della Groenlandia ha destato grande preoccupazione in Islanda e ha spinto molti a riflettere e a riconsiderare la posizione dell’Islanda all’interno dell’Unione”.

Un paese diviso

I sondaggi d’opinione indicano che gli islandesi sono profondamente divisi sulla questione. In un paese in cui i prodotti ittici rappresentano circa il 40% delle esportazioni, la pesca – parte integrante dell’identità nazionale islandese – sarebbe inevitabilmente la questione chiave nei negoziati con l’Ue. A mezzo secolo dalle ultime “Guerre del Merluzzo” con la Gran Bretagna, molti islandesi sono riluttanti a cedere anche la minima parte del controllo sulle loro acque nazionali, conquistate a caro prezzo.

La linea di Reykjavik

Persino il ministro degli Esteri Thorgerdur Katrin Gunnarsdottir, convinta europeista, ha chiarito che in qualsiasi futuro negoziato Reykjavik insisterebbe per mantenere il “controllo sovrano su tutte le attività di pesca”. Questo sarebbe difficilmente conciliabile con l’attuale politica comune della pesca dell’Ue.

I segnali da Bruxelles

Bruxelles si è tenuta fuori dalla mischia in vista del referendum, ma ha inviato segnali positivi, anche sulla delicata questione della pesca. La prospettiva di accogliere un Paese ricco e stabile, già ampiamente integrato nel mercato unico grazie alla sua appartenenza allo Spazio economico europeo, rappresenterebbe un’ottima vetrina per la sua politica di allargamento e rafforzerebbe la sua presenza in una regione ambita.

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